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    STORIA E ISTITUZIONI a cura di Errico Cuozzo

    Il Mezzogiorno agli inizi dell' XI sec.

    Il Mezzogiorno agli inizi dell' XI sec.
    La geografia politica dell’Italia meridionale all’inizio dell’XI secolo, quando i primi cavalieri normanni giunsero nella regione, era la seguente:
    l’attuale Calabria, la Basilicata e la Puglia costituivano il Catapanato bizantino d’Italia;
    ai confini settentrionali del Catapanato bizantino si estendevano i tre principati longobardi di Benevento, Salerno e Capua, che occupavano presso a poco i territori delle attuali regioni Campania e Molise;
    sulle coste tirreniche della Campania vi erano i tre ducati di Gaeta, Napoli ed Amalfi, che si erano staccati, alla fine dell’VIII secolo, dal corpo dei domini bizantini d’Italia. Essi conducevano una vita politico-amministrativa autonoma, anche se riconoscevano, sia pure solo nominalmente, l’autorità degli imperatori bizantini;
    la Sicilia, fin dalla metà del IX secolo, era caduta nelle mani degli arabi. Costoro ne erano diventati gli incontrastati padroni nel 915, quando scacciarono dall’isola l’ultimo presidio bizantino.
    Non bisogna dimenticare, inoltre, che il quadro politico era complicato dalle aspirazioni che sul Mezzogiorno d’Italia nutrivano gli imperi d’Occidente e d’Oriente. Essi, infatti, non avevano rinunciato, in linea di diritto, alla sovranità su questa parte d’Italia. Anzi, l’aspirazione costante di tutti gli imperatori d’Occidente, a partire da Carlo Magno, fu quella di estendere il proprio dominio sulla regione, negoziando accordi con Bisanzio, oppure inviando spedizioni militari. Ma i loro interventi si erano sempre rivelati inefficaci ed effimeri. Quando l’imperatore calava nel Mezzogiorno tutti si affrettavano a riconoscerne l’autorità ed a chiedergli privilegi; ma appena il suo esercito prendeva la strada del ritorno (spesso decimato dalle febbri e dalle malattie), tutto ritornava come prima.

    Il Ducato di Puglia

    Guglielmo d’Altavilla, detto Bracciodiferro
    Guglielmo Bracciodiferro fissò il centro del suo potere in Puglia, dove riuscì, nel volgere di lunghi anni di guerra, a consolidare una stabile signoria. Nel 1042 fu riconosciuto conte di Melfi e di Puglia, e, dopo aver sposato la figlia del principe Guaimario di Salerno, affermò il suo dominio su tutto il Mezzogiorno. Morì nel 1046, lasciando i suoi possessi al fratello Drogone.

    IL Principato normanno di Capua

    Organizzazione politico-amministrativa
    Le fonti mostrano in modo inequivocabile come i Normanni si siano inseriti, quale nuova classe dirigente, nel vecchio organismo politico longobardo, senza sconvolgerne le strutture amministrative e, almeno in una prima fase, quelle economico-sociali.
    Riccardo si fece incoronare principe secondo il cerimoniale in uso a Capua, e conservò nei suoi diplomi le intitolazioni dei vecchi principi longobardi. Il suo entourage, inoltre, fu composto oltre che da cavalieri normanni, anche da giudici, notai, e curiali, di origine longobarda.
    Fu conservata la distrettuazione territoriale per contee, in atto nel principato longobardo, nonché la prassi della loro trasmissione ereditaria secondo il frazionamento pro-capite tra tutti gli aventi diritto. E questo avvenne anche quando, a partire dai 1066, inesorabilmente vennero messi da parte gli antichi conti longobardi, ed al loro posto furono insediati conti di origine normanna, che erano legati da parentela con la famiglia principesca al potere.
    La stessa distribuzione della proprietà fu conservata secondo la prassi in atto nel principato longobardo e contemplata nel diritto longobardo, tanto che è da credere che gran parte dei vecchi proprietari abbiano conservato intatti i loro possessi. Basti pensare che durante gli anni di governo del principe Riccardo I (1058-1078) e di suo figlio Giordano I (1078 - novembre 1090), non compare mai nei documenti il concetto franco di feudo, che pur i Normanni avevano utilizzato per tempo in Aversa.

    La Contea di Sicilia

    La conquista dell'isola
    Ruggiero, ultimo figlio di Tancredi d’Altavilla e della sua seconda moglie Fredesenda, giunse in Italia quando le fortune del suo fratello maggiore, Roberto il Guiscardo, erano già in ascesa. Così lo descrive una fonte contemporanea: era “un giovane assai bello, di alta statura e di proporzioni eleganti, pronto di parola, saggio nel consiglio, lungimirante nel trattare gli affari, sempre di carattere piacevole e allegro, era pure dotato di grande forza fisica e gran coraggio nei combattimenti: per tutti questi pregi in breve meritò ogni credito”.
    Nel 1061 quando il Guiscardo progettò la conquista della Sicilia musulmana, di cui era stato investito a Melfi due anni prima, Ruggiero non aveva un ruolo particolarmente significativo nella spedizione. Questa, infatti, fu affidata a Goffredo Ridell allorché il duca fu costretto a correre in Puglia per contrastare una spedizione bizantina. Soltanto dopo il 1062 Ruggiero assunse in prima persona il comando dell’impresa siciliana, e lo tenne durante tutta la lunga campagna militare.
    el 1068 ottenne una grande vittoria a Misilmeri contro le forze saracene riunite sotto il comanda dell’emiro Ayub, che fu costretto a fuggire in Africa.
    Nel 1071, unite in Messina le sue forze ad una spedizione navale allestita dal Guiscardo, cinse d’assedio Palermo.

    La nascita del Regno di Sicilia

    Ruggero II, conte di Sicilia, è investito duca di Puglia
    All’indomani della morte del Guiscardo, il conte di Sicilia Ruggiero I appoggiò suo nipote Ruggiero, duca di Puglia, nella lotta contro il fratello Boemondo, in cambio dei castelli posseduti con lui in condominio in Calabria. Nel 1121 il duca di Puglia Guglielmo cedette gli ultimi suoi possessi e le sue quote parti di Messina, Palermo e della Val Demone al conte di Sicilia Ruggiero II, in cambio dell’aiuto ricevuto contro i conti normanni ribelli, in particolare contro il conte Giordano di Ariano. In questo modo i duchi di Puglia cedettero al conte di Sicilia tutti i possessi che erano derivati al Guiscardo dalla conquista della Calabria prima, dalla spedizione in Sicilia poi.
    Quando il 25 luglio 1127 Guglielmo, duca di Puglia, morì senza eredi, il conte di Sicilia avanzò la sua candidatura alla successione, non dimentico dei due precedenti interventi, i quali avevano affermato un larvato diritto del ramo siciliano degli Altavilla ad ereditare i possessi del Guiscardo.
    Purtroppo le fonti sono molto ambigue al riguardo. Romualdo Guarna, che riporta la versione dell’episodio quale fu poi sostenuta alla metà del secolo nella corte normanna di Palermo, dice che il duca di Puglia avrebbe designato alla sua successione il conte di Sicilia, in cambio di una grossa somma di denaro, e di molti cavalieri. Alessandro di Telese ritiene, invece, che il conte di Sicilia sia intervenuto sul continente all’indomani della morte del duca di Puglia, ed abbia posto la sua candidatura alla successione del ducato, sia perché il duca Guglielmo gli aveva promesso di designarlo suo unico erede, sia per scongiurare il pericolo che il pontefice Onorio II, forte dell’appoggio dei conti normanni, rivendicasse alla Chiesa i territori di cui era stato in possesso il Guiscardo.
    Certo è che Ruggiero, raggiunta Salerno, capitale del ducato, con sette navi e con un forte contingente di cavalieri, dopo aver stretto un patto con i cittadini, entrò nella città, ed ottenne da Alfano, vescovo di Capaccio, l’unzione sacra: est unctus in principem. Conquistato, poi, il ducato di Amalfi, e sottomesse le città di Troia e Melfi, nonché quasi tutta la Capitanata e la Terra beneventana, ritornò in Sicilia.
    Il papa Onorio II reagì all’intervento del conte di Sicilia. Dopo averlo scomunicato, con l’appoggio di alcuni signori normanni allestì un forte esercito, che condusse in Puglia contro quello dell’Altavilla. Ma la spedizione ben presto fallì, a causa del protrarsi delle operazioni, che costrinse molti normanni, alleati del papa, a fare ritorno nei propri feudi. Onorio fu costretto, allora, a ritirarsi a Benevento. In questa città ricevette gli inviati del conte di Sicilia, e la sera del 22 agosto 1128 lo investì duca di Puglia, Calabria e Sicilia.

    Il Regno come “opera d’arte”

    L'assemblea generale di Melfi
    Nel settembre del 1129 Ruggiero d’Altavilla “muovendo per Melfi, ordinò a tutti i grandi di Puglia di presentarsi a lui, e ad essi impose tra l’altro anche quest’editto, che restando in pace non si combattessero tra loro. Contemporaneamente li costrinse a giurare che da quel momento in avanti avrebbero mantenuto, e aiutato a mantenere, pace e giustizia...”. Fu questo il primo significativo atto politico fatto sul continente dal conte di Sicilia, dopo che il 22 agosto dell’anno precedente aveva ricevuto dal pontefice Onorio II l’investitura del ducato di Puglia.
    In questa circostanza il neo-duca manifestò in modo molto esplicito quelle che, in quel momento, erano le connotazioni fondamentali del suo concetto di potere, che avrebbero però permeato, anche negli anni successivi, il suo concetto di regalità. Egli, inoltre, mostrò in modo altrettanto evidente la linea di tendenza alla quale si sarebbe costantemente tenuto fedele in tutti gli atti fondamentali che avrebbero portato alla costruzione del suo edificio statuale, e cioè quella di inserire all’interno delle situazioni consolidatesi nella lunga gestione dell’insediamento normanno, strutture istituzionali ed amministrative provenienti in prevalenza dalla cultura franco-normanna, ma anche da quella bizantina, araba, e longobarda. Nel caso specifico di Melfi è da sottolineare innanzitutto come Ruggiero sia apparso mosso dalla volontà di esercitare un’effettiva potestà, la quale esigeva soltanto obbedienza da parte dei componenti l’assemblea. In secondo luogo è da notare come egli abbia utilizzato un’antica istituzione franca, cioè l’assemblea dei nobili, che era sconosciuta alla tradizione del Mezzogiorno, per affermare quello che Alessandro di Telese chiama un edictum, e che altro non era se non l’antico bando di pace con il quale il re franco salvaguardava la pace pubblica. E, come la pax regis franca era la “premessa indispensabile per conservare la capacità difensiva ed indirizzare il popolo alla sua più alta meta politica”, allo stesso modo l’Altavilla intese il suo editto di pace. Lo testimonia, ancora una volta, l’abate telesino, che così commenta l’episodio: “Non stupisce dunque che avesse potuto sottomettersi tutte le terre con l’aiuto di Dio, giacché, promulgato che fu tale severo rigore di giustizia, in ogni parte del suo dominio si vide affermarsi la stabile pace, nella quale, secondo il salmista, tiene il suo luogo il Signore”.
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    Patrimonio architettonico


    Nell'ambito dell'architettura religiosa fiorita nell'Italia meridonale in età normanna emergono con sufficiente chiarezza alcuni modelli fondamentali a cui è possibile collegare buona parte della coeva produzione monumentale delle singole regioni. Si tratta di edifici chiave che in virtù delle loro caratteristiche tipologiche, evídenziate nella zona absidale o in facciata, esercitano una notevole influenza sulle maestranze di quel tempo operanti nel Mezzogiorno e determinano lo sviluppo di gruppi alquanto omogenei e ben individuabili, anche se non sempre circoscritti entro confini regionali precisi. Una classificazione dei paesaggi architettonici in relazione ai principali modelli può tradursi orientativamente nel seguente schema:

    a) gruppo benedettino cassinese, con a capo la chiesa di San Benedetto a Montecassino nella versione voluta dall'abate Desiderio;
    b) gruppo franco normanno, che prende il via dal duomo di Aversa;
    c) gruppo pugliese, ispirato alla basilica di San Nicola a Bari;
    d) gruppo benedettino cluniacense, che si potrebbe far risalire alla problematica chiesa della Santissima Trinità di Mileto e che accorperebbe in linea teorica edifici non solo calabresi ma anche siciliani;
    e) gruppo siciliano che, pur identificandosi in parte con quello precedente, assume più rappresentativamente una posizione a se stante e costituisce una straordinaria sintesi di tutte le tendenze costruttive e ornamentali diffuse nel Mezzogiorno tra i secoli XI e XII, comprese le esperienze anglonormanne successive al 1066.
    Questo schema, che si discosta talora pur senza sottovalutarli dai necessari riferimenti di valutazione e definizione postulati dalla contestualizzazione generale, ovvero dall'alzato dei singoli edifici, non esaurisce di certo tutta la complessa e variegata casistica esistente nell'Italia normanna, né consente di parlare in via diretta di scuole o di cantieri locali. Tuttavia esso risulta chiarificatore di alcuni aspetti del fenomeno generale, sia pure limitatamente agli episodi più emergenti e certamente più rappresentativi.
    In conclusione, la sapiente combinazione di referenti culturali differenziati, determinata direttamente o indirettamente dai committenti e dalle maestranze, ha fatto nascere in tutte le regioni italiane di conquista normanna una casistica articolata di monumenti dove, oltre alla compíutezza e alla organicità dei singoli gruppí, affiora una componente comune di natura metalinguistica, basata cioè sul sincretismo e su una libertà espressiva tacitamente indotta da una precisa volontà politico culturale. Nelle cattedrali e nelle abbazie del Mezzogiorno normanno non si avverte la semplice giustapposizione di schemi e idee mediati qua e là, ma un felice intreccio di esperienze tramato linearmente nel nome di un diffuso programma di rinnovamento ancorato alle tradizioni che riesce talora a esaltare suggestivamente la dinastia dei conquistatori. Quindi se le strutture compositive di fondo sono diverse a ragione dei sostrati etnici regionali, lo stile, per quanto di superficie possa apparire, inteso come espressione di una mentalità che comunque trascende le forme esteriori, risulta tendenzialmente univoco, espressione di una categoria storicistica che può idealmente tradursi nel concetto di quella «normannità» che sul piano giuridico amministrativo aveva creato una salda coesione di tutto il Mezzogiorno.

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    Abruzzo

    S. Clemente a Casauria a Torre de Passeri
    Le notizie relative a questo centro benedettino, sorto probabilmente su un tempio pagano, provengono dal Chronicon Casauriense, che ne fa risalire la fondazione a Ludovico II nell’871. Nell’anno seguente vennero traslate nella cripta, unica parte del complesso originario sopravvissuta, le reliquie di S.Clemente, al quale la chiesa, in origine intitolata alla SS.Trinità, venne dedicata. Una nuova fase architettonica si concluse nel 1105, al termine dei restauri voluti dall’abate Grimaldo e resisi necessari in seguito alle devastazioni perpetrate nel 1078 dal conte normanno Ugo di Malmozzetto. Nel 1152 sotto l’abate Leonate si dovette procedere ad una trasformazione dell’edificio, proseguita poi dal successore Ioele. Il terremoto registrato alla metà del Trecento o l’abbandono delle strutture determinarono la decadenza del complesso. La chiesa odierna è il frutto dei lavori di Leonate e si colloca, nell’ambito del XII secolo, tra la fine degli anni Settanta e l’inizio del decennio seguente. Essa si articola in navate scandite da pilastri, presenta un transetto poco sporgente e termina con una sola abside. Il portico che precede il corpo della chiesa in facciata si compone di tre arcate, le laterali ad ogiva e la centrale a tutto sesto, sorrette da pilastri cui si addossano semicolonne con capitelli figurati. I capitelli si riconducono a tre tipologie: a cesto, tipo figurato con santi entro arcatelle e tipo floreale. Nel complesso, la chiesa presenta un’impostazione architettonica contraddistinta da elementi di probabile ascendenza nordica e un arredo decorativo nel quale emergono modi pugliesi e campani. Il portale d’ingresso offre una rigogliosa decorazione plastica: gli stipiti sono occupati da profeti entro nicchie, nell’architrave si svolge la narrazione della translatio delle reliquie del santo, mentre nella lunetta appare S.Clemente in trono tra altri santi e la figura di Leonate nell’atto di offrire il modellino della chiesa. L’interno è di chiaro stampo romanico, dalle masse piene ed avvolgenti, in parte alleggerite da arcate a sesto acuto ricadenti sui pilastri della navata centrale e da un loggiato ogivale, appartenente ad un oratorio posto sulla controfacciata. Sull’assegnazione della seconda parte della chiesa a Leonate sussistono dubbi a causa dei rimaneggiamenti occorsi nei secoli: certamente attribuibile al suo operato è l’abside. L’ambone data al 1180 ed è costituito da una cassa quadrata poggiante su quattro colonne; la decorazione è prevalentemente a motivi vegetali. La cripta, unica rimanenza della chiesa anteriore al Mille, non coincide esattamente con il presbiterio, di poco allungato rispetto ad essa. L’ambiente si articola in diciotto campate con abside di fondo ed è voltato a crociera.

    Campania

    Abbazia di Montecassino
    Ritiratosi sul monte che sovrasta l’attuale città di Cassino, nel 529 circa, S.Benedetto vi eresse un oratorio dedicato a Giovanni Battista, costituito da una semplice aula absidata occupante la parte terminale della basilica attuale. Durante l’alto Medioevo l’abate Gisulfo (797-817) promosse l’allestimento di una basilica più rispondente alle esigenze della cresciuta comunità monastica: era dotata di tre absidi e scandita in tre navate. Nel 1066 Desiderio fece demolire la chiesa gisulfiana per edificarne una del tutto nuova e più ricca di ornamenti: i lavori, protrattisi per cinque anni, vennero eseguiti con il concorso di architetti lombardi ed amalfitani e di artisti greci specialisti nelle pavimentazioni e nell’arte del mosaico. Molti marmi, colonne e capitelli, furono appositamente prelevati a Roma. La nuova abbaziale fu consacrata nel 1071 per mano di papa Alessandro II alla presenza di molti dignitari, sia laici che ecclesiastici,  dell’epoca. Dopo il 1071 i lavori interessarono anche gli ambienti conventuali, la chiesa di S.Martino, risalente all’epoca di Benedetto, e la torre posta sulla facciata dell’abbazia. Nel 1349 l’abbazia venne danneggiata da un violento sisma che ne rese necessaria la ricostruzione a partire dal XVI secolo.


    Nonostante le successive trasformazioni e il bombardamento subìto nella seconda guerra mondiale che rase al suolo il prestigioso cenobio, ora nuovamente ricomposto,  la configurazione della basilica desideriana può essere ipotizzata sulla base sia delle notizie fornite dal Chronicon di Leone Ostiense sia delle evidenze archeologiche emerse tra il 1947 e il 1952. Si trattava di un edificio trinavato e triabsidato sorretto da dieci colonne per parte e concluso da un transetto compreso entro il perimetro murario. Pur non avendo la cripta, il presbiterio era sopraelevato a causa della presenza del sepolcro di Benedetto, che Desiderio volle lasciare alla quota originaria. La chiesa era preceduta da un quadriportico a  fornices spiculi, vale a dire da archi acuti, del tipo presente anche in S.Angelo in Formis. Dell’apparato decorativo si sono salvate le ante bronzee del portale maggiore eseguite nel 1066, di fattura costantinopolitana, gli stipiti dello stesso portale centrale, pochi lacerti scultorei, frammenti musivi del ricco pavimento a intarsi geometrici e brandelli di affreschi. La porta, messa in opera solo dieci anni dopo dall’abate Oderisio, consta di trentasei pannelli che registrano i possedimenti abbaziali. Gli stipiti del portale mediano erano ornati con motivi floreali entro partiture geometriche dal fondo musivo in gran parte perduto; quelli dei portali minori erano decorati invece con  una canna fogliata attorno alla quale si avvolge un ramo vitineo animato da uccelli. All’area del coro rimandano due lastre pavimentali con pantere eseguite con tessere musive bianconere a scacchiera, di matrice muslmana. La chiesa desideriana  con il suo arredo interno ha costituito nei decenni immediatamente successivi un punto di riferimento ideale per l’arte fiorita nelle regioni limitrofe, compresa la città di Roma.

    Molise

    La cattedrale a Termoli

    Nel cuore dell’antico borgo della cittadina adriatica si erge la cattedrale dedicata a S. Basso, patrono di Termoli, costruita nel VI secolo, come vuole la tradizione, sui resti di un antico tempio romano. Nel corso dei secoli l’edificio ha subito diversi rifacimenti, fino ad arrivare al suo aspetto attuale che risale circa al XIII secolo. La cattedrale, realizzata in conci di pietra bianca friabile, ha un aspetto imponente. Ha una pianta basilicale non molto lunga, con tre navate poggianti su pilastri e sfocianti in altrettante absidi, di cui la centrale molto profonda. A partire dalla zona inferiore della facciata a salienti si susseguono una serie di arcate a centro rialzato, in cui sono racchiuse delle bifore cieche variamente ornate. Nella parte mediana si apre un portale riccamente scolpito sulla cui lunetta è rappresentata, ad alto rilievo, una Presentazione al Tempio molto deteriorata. All’imposta dell’archivolto sono collocate due statue raffiguranti S. Basso e S. Sebastiano, mentre sul prospetto superiore si schiude un grande rosone in stile aragonese, risalente al XV secolo. Cornici e capitelli propongono fregi vegetali di tipo classico. Lo spazio interno della basilica è ampio e solenne, diviso in tre navate da pilastri cruciformi su basi quadrate. Gli archi di valico sono a pieno centro, tranne il primo a sesto acuto. La zona del presbiterio è molto rialzata e si raccorda all’aula attraverso una scalinata di 11 alzate. Dalla cripta sottostante, alla quale conducono due scalette laterali, è possibile accedere ai resti della chiesa preesistente, impreziosita da alcuni frammenti di mosaici pavimentali figurati del X – XI secolo. Nel complesso, le slanciate forme architettoniche e la sobria eleganza che caratterizzano l’intera struttura sembrano derivare dai principi costruttivi cistercensi, improntati a criteri di assoluta austerità.

    Basilicata

    Il campanile a Melfi
    Il campanile di Melfi, capitale della contea normanna, fu eretto nel 1153 su commissione di Ruggiero II e del figlio Guglielmo. Si erge a ridosso del fianco sinistro della cattedrale e, a differenza di quest’ultima, che nel corso del XVIII secolo ha subito un radicale rifacimento in tardo stile barocco, ha conservato i suoi caratteri originari. Solo la terminazione ottagonale a cuspide e la merlatura ghibellina, distrutte dal terremoto del 1851, sono state soggette a restauro. La costruzione si eleva con la sua mole poderosa per l’altezza di 49 metri su pianta quadrata ed è realizzata in conci di pietra calcarea, connessi secondo la tecnica in uso in Puglia all’epoca. L’alto basamento si divide in tre piani, privi delle fasce di marcatura, le cui pareti sono forate da sporadiche e piccole monofore. Al di sopra di esso, su fasce marcapiano,  si elevano due ordini aperti al centro da bifore e scanditi da cornici aggettanti. La muratura, fino alla prima fascia marcapiano, si presenta con pietre di forma e taglia diverse, per farsi poi più regolare verso l’alto. Un originale ed elegante motivo geometrico ad intarsio, ottenuto con il calcare bianco del Molise e il tufo grigio del Vulture, si estende dalle fasce orizzontali alle ghiere e alle lunette delle bifore. Ai lati della bifora del piano superiore, sul fronte principale, sono posti due pannelli decorativi in pietra nera raffiguranti due animali mostruosi (o due grifoni, emblemi araldici normanni, oppure un leone ed una pantera). La costruzione, come già anticipato, termina con una cuspide ottagonale e una terrazza a merlatura ghibellina, sorretta da beccatelli, ricostruite più di un secolo fa.

    Puglia

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    San Michele Arcangelo a Montesantangelo
    Sul promontorio del Gargano, a Montesantangelo, secondo la tradizione, nel 490 l’Arcangelo Michele rivelò in sogno al vescovo di Siponto Lorenzo Maiorano  una grotta del monte per esservi onorato. Da allora la grotta fu consacrata al Santo e divenne per i Longobardi santuario nazionale, nonché luogo di pellegrinaggio per tutti i cristiani. Nel corso dei secoli l’assetto della primitiva chiesa ricavata è mutato in modo tale da non consentire una ricostruzione delle varie fasi di trasformazione. È certo che sotto Carlo d’Angiò venne modificato l’accesso e l’interno fu sistemato così da assumere l’aspetto di una vera chiesa. Giunti al culmine dell’abitato di Montesantangelo si incontra il doppio portale gotico da cui parte una scala ricavata nella roccia che, dopo un corridoio tortuoso  coperto da voltoni a botte, conduce in un atrio interno. Si tratta di un piccolo spazio fiancheggiato da tombe e lapidi commemorative e sovrastato da un loggiato aperto. Un portale marmoreo con capitelli scolpiti, arricchito nel 1076 dalle ante di bronzo ageminate commissionate dall’amalfitano Pantaleone alle officine di Costantinopoli, immette nella navata angioina ammorsata nel 1273. La navata è a crociera, illuminata dalle finestre che si aprono sulla valle, e poggia su robuste costruzioni che la tengono sospesa sullo strapiombo. Incastrato in una nicchia alla destra dell’altare, è il trono vescovile. Realizzato interamente in marmo, il trono è composto da un sedile sorretto da travi poggiate sul dorso di due leoni accucciati e dai cui angoli s’innalzano quattro pilastrini dove si incastrano i braccioli e lo schienale cuspidato. Un vivace decoro di stelle, fiori e rombi caratterizza lo schienale, mentre un bassorilievo arricchisce il bracciolo destro esposto ai visitatori. Dal vestibolo interno si accede ai locali sotterranei, noti come la galleria longobarda, dove è stato allestito un Museo in cui sono conservati parti di arredo e frammenti come lastre, cornici e capitelli, in pietra e in marmo. Tra questi spiccano i resti di un ambone in marmo realizzato dall’arcidiacono e scultore Acceptus nel 1041 e un tempo inglobati nell’altare poi demolito.

    Calabria

    La Cattolica di Stilo
    Probabilmente centro di un cenobio basiliano esterno all’abitato, come la posizione eccentrica ed il carattere spoglio fanno ritenere, l’edificio può datarsi tra il X e gli inizi dell’XI secolo, sebbene la prima menzione ad esso relativa sia posteriore alla fine del Medioevo. La chiesa presenta una pianta a croce greca inscritta in un quadrato, chiaro rimando alla cultura bizantina di ambito provinciale. Il quadrato è suddiviso in nove spazi, anch’essi quadrati: l’ambiente centrale, delimitato da quattro colonne ed i quattro angolari presentano cupole con tamburi tutti delle stesse dimensioni, mentre i restanti ambienti sono voltati a botte. Il vano prende luce dalle due monofore che si aprono nei tamburi angolari, dalle bifore di quello centrale e dalle finestrelle ad arco alla testata delle quattro botti. Le pitture superstiti sono disposte in più strati, il più antico dei quali, assegnato a cavallo tra X-XI secolo, comprende due santi militari ed una santa stante di derivazione bizantina. Il livello successivo prevede alcuni santi tra cui Giovanni Crisostomo: il santo, dalla ricca sopravveste ricamata a quadri riempiti da croci, si staglia fortemente appiattito ed allungato sul fondo della parete ed è affiancato da un racemo vegetale. Verso il fondo della chiesa una figura umana in abiti militari identificata con Longino consente di identificare una Crocifissione, datata tra il XII e la prima metà del XIII secolo. L’esterno, piuttosto movimentato e caratterizzato da una cortina muraria in laterizi irregolari di grossa fattura intervallati da spessi letti di malta, tradisce la dimensione raccolta dell’interno: i tamburi delle cupole, di cui il centrale più alto, presentano tracce di decorazione nel gioco cromatico delle lastre di cotto disposte a losanghe interrotte da un filare di mattoni a dente di sega che incornicia il giro delle finestre. Il lato meridionale presenta le tre absidi della stessa altezza e dotate di una finestra. Il motivo a dente di sega ricorre anche nei cilindri absidali in corrispondenza delle finestre e consente, fra l’altro, di evocare alcuni modelli greci di X secolo.

    Sicilia

    La Cappella Palatina a Palermo
    Dedicata a San Pietro, la Cappella Palatina fu costruita per volontà di Ruggero II nell’anno della sua incoronazione, il 1130, e consacrata nel 1140. Attualmente è posta quasi al centro del Palazzo dei Normanni, un tempo la grande reggia. Le strutture di epoca successiva che la inglobano ne rendono impossibile la visione dell’esterno. L’ingresso della Cappella, posta al primo piano, è preceduto da uno stretto portico ornato alle pareti da mosaici del XIX secolo e scandito da arcate a sesto leggermente acuto sostenute da sette colonne con capitelli compositi. In corrispondenza dell’arcata maggiore, la porta d’ingresso della cappella mostra due battenti in legno divisi in riquadri. Dal vestibolo che precede la facciata principale immettono nella Cappella due porte di bronzo. L’interno è un gioiello tanto per quanto riguarda l’architettura che la decorazione. La pianta è a croce latina, con tre navate e il presbiterio triabsidato. Sullo schema occidentale, però, s’innesta un elemento tipico delle chiese bizantine: la cupola che sormonta il presbiterio. Le navate sono separate da una fila di cinque colonne, mentre sui muri perimetrali e al di sopra degli archi si aprono cinque finestre per lato. Il presbiterio, della stessa lunghezza della nave maggiore, è rialzato su cinque gradini e ai suoi lati si estendono due corpi rettangolari ricoperti da volte semicircolari, terminanti ciascuno in un’abside. Alla fine delle navate laterali due scale immettono nel succorpo. Il carattere bizantineggiante dell’edificio si manifesta appieno nei mosaici pavimentali composti, in un’ampia varietà di colori, con tessere di porfido, serpentino giallo e verde e granito, mentre il favoloso soffitto ligneo ad alveoli intagliati e dipinti e a stalattiti (1143 circa) costituisce una preziosa testimonianza di arte magrebina. La decorazione musiva su fondo oro delle pareti fu realizzata in due momenti diversi, a giudicare dalle diverse dalle diverse cifre stilistiche. Vicino al santuario, sulla destra, si pone un ricco ambone a mosaico su colonne e un superbo candelabro pasquale.

    Architettura Militare

    Castelli: dongioni, motte e cinte murarie

    La fine dell’Impero romano comportò gravi conseguenza per il meridione d’Italia. In particolare, tra il V e il VI secolo, si assiste ad un decadimento delle città, degli insediamenti rurali frequentati in epoca romana e ad un progressivo decremento della demografico, le cui cause vanno ricercate non solo nella profonda crisi in cui versavano le attività commerciali, ma anche nelle ripercussioni dovute alle involuzioni delle strutture civili del mondo romano, nell’opera devastatrice della guerra greco-gotica, nonché nelle frequenti invasioni saracene di guerrieri magrebini che compivano raids sulle coste addentrandosi anche in territori considerati interni e quindi più protetti. Le conquiste longobarde, bizantine e musulmane nell’Italia meridionale avevano creato un clima confuso vista la disomogeneità linguistica e la diversità culturale.

            La conquista normanna e la lotta che ne scaturì non fu condotta attraverso guerriglie campali, bensì con piccole ma audaci operazioni militari condotte quasi sempre con l’aiuto della cavalleria. La difesa della città campane, governate da principi longobardi, e di quelle pugliesi e calabresi dove si estendeva l’autorità dell’Impero bizantino, era vulnerabile a questo tipo di battaglia. Ognuna di queste città dipendeva, per il proprio sostentamento, dalla campagna circostante che non era per nulla protetta a differenza delle mura delle città. Queste ultime vennero così occupate a poco a poco da piccole bande normanne che si erano insediate nel loro territorio, affamandole. E’ solo in questo modo che può essere spiegato il fenomeno dell’epopea normanna, secondo cui pochi sparuti gruppi di cavalieri venuti dal nord occuparono velocemente gli estesi territori dell’Italia meridionale dando vita al Regnum Siciliae.   Bari venne presa ai Greci (1071), Palermo ai Musulmani (1072), Salerno ai Longobardi (1977).  

            I cavalieri normanni saccheggiavano abbazie e monasteri, devastavano i campi e le colture oltre ai piccoli casales che il primo assetto politico longobardo aveva fatto nascere per pressanti motivi di ordine politico ed economico. I signori normanni potenziarono poi questo sistema capillare di controllo del territorio costruendo ulteriormente per poter offrire protezione ai loro coltivatori agricoli e impedire che, rifugiandosi altrove, abbandonassero i campi. Diffusi tra il X e l’XI secolo in quasi ogni abitato rurale del Mezzogiorno, i casales, divennero ben presto altrettanti centri del potere signorile locale. Ci troviamo di fronte a veri e propri sistemi difensivi costituiti da castra (spazi chiusi e fortificati) che si insediano sulle cime dei colli o in luoghi naturalmente protetti, atti al controllo, allo sfruttamento e alla difesa dei nuovi stati. Questo fenomeno, al di là delle variazioni locali, rappresenta una profonda modificazione nelle forme di popolamento e nella struttura agraria, segnando il passaggio da un insediamento aperto e disperso ad abitati concentrati e fortificati. Peraltro, la differenza è percepibile dalla scelta dei siti quasi sempre su alture sino allora disabitate. Intorno al nuovo abitato i terreni vennero strutturati e divisi secondo i tipi di coltura prevalenti: una fascia a policoltura intensiva vicino alle abitazioni, mentre più lontano si collocavano i terreni idonei alla cerealicoltura estensiva e quelli riservati all’incolto. L’incastellamento si attuò quindi attraverso due operazioni contemporanee tra loro: la concentrazione degli uomini in un unico abitato e la costituzione di un territorio compatto con la ridistribuzione in esso delle colture. Accanto a queste preoccupazioni c’erano ovviamente quelle più squisitamente militari che erano predominanti: la funzione di un castello consisteva nella sorveglianza di un importante punto di transito  o nel rappresentare un baluardo di difesa nei confronti di vicini potenti o nel caso di invasioni di popoli lontani o ancora nel segnare un importante centro di protezione e di controllo  nella conquista di un territorio.

            Il fenomeno castrale, che nasce tra la fine del X secolo e l’inizio dell’XI secolo e si sviluppa poi nel corso del XII-XIII secolo, ha colpito coloro che ne erano stati testimoni diretti. I cronisti sincroni infatti ne vedevano in esso l’espressione di un disordine politico, sociale e talvolta anche morale. Oggi, grazie all’archeologia medievale, il fenomeno può essere visto in tutta la sua ampiezza.

            In epoca normanna i castelli possono sostanzialmente essere distinti in tre tipi diversi:

    1. motte e recinti fortificati;
    2. dongioni;
    3. borghi castrali o cinte murarie di città.

            Il primo tipo di fortificazione di tipo normanna è definito motta,. Si tratta della prima forma di abitato fortificato, costituito da una collinetta artificiale in terra (motta), sovrastato da palizzate lignee e circondato da un fossato culminante con una costruzione lignea fortificata; il terrapieno (motta) ospitava inoltre una torre centrale anch’essa lignea circondata da un cortile (bassa corte), così come lo rappresenta uno dei documenti più singolari dell’epoca stessa, l’Arazzo normanno di Bayeux (1080). Sull’arazzo sono infatti raffigurati i quattro castelli a motta di Dol, Rennes, Dinan e Bayeux, muniti di ponti in legno che permettevano l’accesso all’interno del castello superando il dislivello creato dalla collina artificiale di terra. L’esigenza di costruire un gran numero di castelli nel breve tempo possibile nacque dalla disintegrazione delle entità urbane poste in pianura e, quindi, dalla conseguente creazione di numerose e nuove circoscrizioni territoriali che bisognava difendere e controllare. La motta, è una struttura completamente sconosciuta dai principi longobardi dell’Italia meridionale che fece la sua prima apparizione in Italia meridionale con la venuta dei normanni. 

            In Italia meridionale conosciamo tre esempi che possono risalire ad un tale impianto fortificato: San Marco Argentano e Scriba in Calabria, Vaccarizza in Puglia. La costruzione della motta di San Marco Argentano riportata peraltro da un cronista sincrono del tempo (Malaterra, I, 16),  è un insediamento tipico della prima fase della conquista. Edificata da Roberto il Guiscardo, presentava in origine una palizzata in legno su un rilevato di terreno, a cui fu aggiunta una torre quadrangolare a due piani alla sua sommità. Un’altra fortezza di questo tipo è stata individuata nei pressi di Scribla, nella Val di Crati, nel nord della Calabria. Tale edificio, costruito da Ruggero II era costituito da un terrapieno di terra e di ciottoli circondato da un fossato; la recinzione lignea doveva contenere un castello quadrangolare. Nella Capitanata, recentemente è stato messo alla luce, da opportuni scavi archeologici, i resti di un castello ligneo con collinetta artificiale che è affiancata, come per gli omologhi della Normandia, da una specie di cortile (bassa corte).  Inoltre, resti di una simile struttura furono forse identificati negli anni Settanta presso Gaudiano di Lavello in località Posta Scioscia, e sono databili alla fine del XII secolo.

            Naturalmente oggi di queste strutture lignee non è rimasto niente: il legno d’epoca medievale è irrimediabilmente scomparso in Italia meridionale per il suo clima secco; le tracce delle collinette artificiali in terra sono state anch’esse distrutte dai lavori agricoli che utilizzano oggi macchine potentissime.

            A mano a mano che la conquista procedeva e prendeva corpo i signori normanni iniziarono a sostituire tali tipi di fortificazioni per altre più sicure e più stabili. La costruzione dei castelli in pietra rimpiazzò ben presto le esili strutture lignee, poiché più difficili all’abbattimento e all’incendio, anche se, ovviamente, richiedevano manodopera e restauri ben più costosi. In realtà se volessimo definire una cronologia sommaria delle fortezze normanne in Italia meridionale dovremmo affermare che esistono due fasi: una prima fase legata alla costruzione delle motte a cui seguì quella dei dongioni o masti in pietra.

            Non conosciamo ancora bene la disposizione interna dei castelli in legno della prima epoca normanna e non sappiamo molto nemmeno di quella dei castelli di pietra della fine dell’XI e del XII secolo. Quello che però è certo è che il dongione normanno era un edificio importato dalla nuova aristocrazia militare che si era insediata stabilmente nei territori meridionali. La fretta con la quale i nuovi conquistatori li costruirono fu pari solo alla repulsione che essi ispirarono alle popolazioni autoctone. Sono esemplari gli esempi riportati dalle fonti scritte: a Cosenza il primo castello ducale venne immediatamente distrutto dalla popolazione; a Bari, il castello edificato già durante la prima fase della conquista, venne demolito nel 1079; alla morte del duca Guglielmo, i cittadini di Troia distrussero il giorno stesso il castello.

            Il  dongione normanno è un manufatto militare costruito in pietra anziché in legno con planimetria generalmente quadrata o rettangolare a tre piani e altezza variabile (15-20m) e con spessore dei muri che diminuisce gradatamente verso l’alto. I solai in pietra erano spesso voltati (a crociera o a botte); l’accesso al castello avveniva al primo piano mediante un ponte levatoio per ovvie ragioni di sicurezza e la sommità dei muri presentava un coronamento merlato.

            Fra i più importanti masti in Abruzzo ricordiamo Introdacqua, Rifattone (Bellante) e Pereto; in Molise Oratino e Roccamandolfi; in Campania il castrum lapidum di Capua anche se ai piani alti presenta alcuni rifacimenti federiciani, i castelli normanni di Ariano Irpino, Cervinara, Girifalco (Torella dei Lombardi) e Casalbore in Irpinia; i castelli di Conversano, Montecorvino e Torremaggiore (Fiorentino) in Puglia; i masti di Satriano, di Genzano e quello di Melfi in Basilicata, oppure i grandi masti siciliani di Adrano, Paternò, Motta Sant’Anastasia, Calathamet e Caronia.

            Questi ultimi due castelli sono stati recentemente oggetto di scavi archeologici.Lo scavo del dongione di Calthamet, ha portato alla luce un castello costruito nel XII e poco trasformato. L’edifico rettangolare si presenta con un piano inferiore, dotato di una porta monumentale con tre stanze parallele e privo di finestre. Al secondo piano che presenta le stesse dimensioni del primo, si accede mediante una scala. Probabilmente a questo livello doveva collocarsi l’alloggio del signore. Accanto alla costruzione sorgeva una cappella che sovrastava una cisterna. Una disposizione del tutto simile è stata riscontrata al castello di Baronia della metà del XII secolo. Anche qui l’edificio presenta un piano nobile che doveva ospitare certamente elementi di lusso e di rappresentanza.    

            E’ ovvio che le dimensioni di tali edifici sono molto ridotti rispetto ai loro omologhi d’Oltrealpe pur conservando sia la tipologia che alcuni apparati difensivi.I robusti dongioni normanni costruiti sopra impervi rialzi rocciosi completamente isolati hanno da sempre contribuito a una loro comune trattazione con i loro omologhi d’Oltrealpe costruiti in Normandia (Falaise, Domfront, Chambois, Arques, Vire, Caen ecc.) e il cui modello venne esportato in Inghilterra dopo la conquista del 1066 da parte di Guglielmo il Conquistatore (Torre di Londra, Rochester, Colchester, Farnham, Castle Rising, Middleham, Portchester, ecc.).

            In Europa del Nord, i tipi più noti dei donjons normanni sono i grandi torrioni parallelepipedi della Francia occidentale e dell’Inghilterra, opera di signori che volevano conciliare necessità residenziali e difensive. Al piano terra vi erano gli oscuri locali del pianterreno che venivano utilizzati come magazzini di derrate alimentari, mentre ai piani superiori vi trovavano posto confortevoli camere dotate di ampie finestre e di camini per il riscaldamento. I solai erano in legno, a differenza dei masti dell’Italia meridionale che erano voltati. La copertura in genere era piana ed era costituita anch’essa in legno per il posizionamento delle macchine balistiche (trabocchi, mangani, eccetera). L’approvvigionamento idrico avveniva per mezzo di cisterne ricavate direttamente nella roccia o attraverso veri e propri pozzi esterni in muratura. Il mastio o torrione, che generalmente ospitava il signore con la sua guarnigione,  non era del resto l’unico edificio del castello, il quale, sede di una signoria, doveva comprendere una sala di rappresentanza, uno o più edifici religiosi, gli alloggiamenti dei cavalieri al seguito del signore, i domestici, nonché gli edifici di servizio come scuderie, cantine e cucine. Tali costruzioni erano dapprima disperse in un ampio recinto murato, nel quale si poteva trovare posto anche per l’occasionale ricovero della popolazione  rurale dei dintorni; in seguito invece prevalse la tendenza a raggruppare fra loro gli edifici in complessi omogenei e a restringere i recinti. 

            In Siria, Libano e Israele è ancora possibile osservare numerosi masti di tipi normanno, costruiti ex novo dai crociati durante la prima fase della conquista. E’ il caso di Chastel Rouge In Siria meridionale, di impianto quadrangolare con torri rettangolari ai due angoli e dongione quadrato al centro; Coliath, in Libano settentrionale, protetto da una cinta quadrata preceduta da un fossato e, agli angoli, da torri quadrate di cui una più alta collocata nel punto maggiormente esposto; Giblet, anch’esso con cinta quadrata, torri angolari e dongione centrale rettangolare. In Israele poi, studi recenti hanno potuto dimostrare che alla conquista sia seguita la costruzione di un gran numero di piccoli castelli con mastio e cinta che identificavano i nuclei dei domini signorili di recente costituzione: I masti quadrangolari o rettangolari di tipo normanno ancora visibili sono: Khirbat al-Karmil, Majdal Yaba, Suffuriya, Qal’at ad-Damn, Jaba e Umn at-Taiyiba a pochi chilometri dal monte Tabor.

            Il tracciato disordinato delle città antiche veniva sostituito da cinte murarie più piccole e compatte. A volte i normanni, per proteggere le cinte urbane, seguivano i contorni del sito o, dove si sviluppava su un terreno in pianura, disegnavano una pianta regolare. Le nuove città erano protette da un castello costruito a ridosso delle mura. Quest’ultime erano poi munite di feritoie, raggiungibili grazie a camminamenti di ronda, posti all’interno del muro e a diversi livelli; ogni tratto del muro di cinta era controllato da una o più torri adiacenti. Le opere di difesa esterna (mura di cinta, caditoie, merlature) prevedevano oltre al fossato anche altre opere murarie che ne raddoppiavano la protezione.  

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