Il Regno come “opera d’arte”
L'assemblea generale di Melfi

Nel settembre del 1129 Ruggiero d’Altavilla “muovendo per Melfi, ordinò a tutti i grandi di Puglia di presentarsi a lui, e ad essi impose tra l’altro anche quest’editto, che restando in pace non si combattessero tra loro. Contemporaneamente li costrinse a giurare che da quel momento in avanti avrebbero mantenuto, e aiutato a mantenere, pace e giustizia...”. Fu questo il primo significativo atto politico fatto sul continente dal conte di Sicilia, dopo che il 22 agosto dell’anno precedente aveva ricevuto dal pontefice Onorio II l’investitura del ducato di Puglia.
In questa circostanza il neo-duca manifestò in modo molto esplicito quelle che, in quel momento, erano le connotazioni fondamentali del suo concetto di potere, che avrebbero però permeato, anche negli anni successivi, il suo concetto di regalità. Egli, inoltre, mostrò in modo altrettanto evidente la linea di tendenza alla quale si sarebbe costantemente tenuto fedele in tutti gli atti fondamentali che avrebbero portato alla costruzione del suo edificio statuale, e cioè quella di inserire all’interno delle situazioni consolidatesi nella lunga gestione dell’insediamento normanno, strutture istituzionali ed amministrative provenienti in prevalenza dalla cultura franco-normanna, ma anche da quella bizantina, araba, e longobarda. Nel caso specifico di Melfi è da sottolineare innanzitutto come Ruggiero sia apparso mosso dalla volontà di esercitare un’effettiva potestà, la quale esigeva soltanto obbedienza da parte dei componenti l’assemblea. In secondo luogo è da notare come egli abbia utilizzato un’antica istituzione franca, cioè l’assemblea dei nobili, che era sconosciuta alla tradizione del Mezzogiorno, per affermare quello che Alessandro di Telese chiama un edictum, e che altro non era se non l’antico bando di pace con il quale il re franco salvaguardava la pace pubblica. E, come la pax regis franca era la “premessa indispensabile per conservare la capacità difensiva ed indirizzare il popolo alla sua più alta meta politica”, allo stesso modo l’Altavilla intese il suo editto di pace. Lo testimonia, ancora una volta, l’abate telesino, che così commenta l’episodio: “Non stupisce dunque che avesse potuto sottomettersi tutte le terre con l’aiuto di Dio, giacché, promulgato che fu tale severo rigore di giustizia, in ogni parte del suo dominio si vide affermarsi la stabile pace, nella quale, secondo il salmista, tiene il suo luogo il Signore”.

Le assemblee generali di Ariano e di Silva Marca

Diventato re e consolidata la sua autorità su tutto il territorio del Regno, Ruggiero ebbe modo di andare sempre meglio precisando la sua nozione di sovranità in due nuove assemblee, che, a differenza di quella di Melfi, furono generali, cioè vi parteciparono tutti gli uomini liberi. Si tratta delle assemblee tenute ad Ariano (prov. Avellino) nel 1140, e a Silva Marca presso Ariano nel 1142.
Lo stato della documentazione ci impedisce di conoscere nei particolari lo svolgimento di queste due assemblee, ma non sembra che possano sussistere dubbi circa gli argomenti che vi furono trattati.
Ad Ariano il re si occupò di questioni legislative: “trattò innumerevoli affari nella curia di grandi e di vescovi colà riunita. Tra le altre sue disposizioni emanò un terribile editto... e cioè che nessuno di coloro che vivevano in tutto il regno accettasse o spendesse nei mercati le romesine, e con decisione mortale impose una sua moneta, cui diede il nome di ducato, che valeva otto romesine, e che alla prova esultava assai più di rame che d’argento”; e “ promulgò leggi da lui novellamente istituite”.
A Silva Marca, invece, Ruggiero trattò i problemi connessi con il servizio militare che avevano dato luogo a contrasti ed ingiustizie: “cum apud Silvam Marcam cum Anfuso Neapolitanorum duce et Capuanorum principe filio nostro et comitibus nostris ceterisque baronibus et parte maxima populi regni nostri ad altercationes et iniusticias corrigendas congregaremur”.

L'organizzazione amministrativa

Ruggiero organizzò la struttura amministrativa del suo Regno in questo modo.
Ai componenti della sua Curia, che aveva sede stabile nella capitale Palermo, affidò i compiti propri del governo centrale. Egli, però, non giunse a delineare per ciascuno dei singoli funzionari dei compiti specifici, connessi con le cariche ricoperte, ma di volta in volta affidò loro le mansioni più varie. Questo, tuttavia, non significò che l’ordinamento centrale del Regnum Siciliae fosse privo di un’articolazione interna, perché con l’introduzione nella Curia, fin dal 1145, di individui muniti di competenze professionali, si avviò di fatto una differenziazione tra mansioni giudiziarie e finanziarie.
Il territorio del Regno fu diviso in tre grandi province: il Ducatus Apuliae, il Principatus Capuae, e la Sicilia, che comprendeva anche la Calabria a sud del fiume Sinni.
In ciascuna di queste tre province il re nominò dei suoi funzionari. Costoro avevano competenza in precisi ambiti, che coprivano tutto il territorio del Regno, e si occupavano dell’amministrazione sia della giustizia (giustizieri) che delle finanze (camerari). Le città, inoltre, pur continuando spesso a godere dei loro usi e delle loro antiche consuetudini, furono sottoposte al re, che designava i suoi ufficiali (strateghi, catapani, giudici), ai quali demandava dei compiti precisi.
Accanto all’amministrazione della giustizia e delle finanze, era compito precipuo del re quello di organizzare e comandare l’esercito. A questo scopo Ruggiero d’Altavilla prese alcune decisioni rivoluzionarie, che gli consentirono di utilizzare le istituzioni feudo-vassallatiche, introdotte dai Normanni nel Mezzogiorno, per rinforzare l’autorità regia. Primo in Europa egli intuì che la feudalità e la regalità non erano affatto delle istituzioni antitetiche, e che nell’Italia meridionale, anche grazie al fecondo processo dell’insediamento normanno, si erano determinate le condizioni favorevoli a che ciò avvenisse.
In entrambe le assemblee, che non avevano né potere deliberativo né consultivo, l’Altavilla provvide ad attuare una sua nuova ed originale concezione della sovranità. In essa si sposava la tradizione romana dell’imperium, filtrata attraverso il modello bizantino, con la concezione franca del legame personale tra sovrano e popolo.
Il re era titolare diretto di ogni potere. Pertanto, tutti coloro che all’interno dello Stato esercitavano un qualche potere, lo facevano “per partecipazione”, nel senso che svolgevano delle mansioni per diretto volere del sovrano e senza alcuna autonomia, tanto che gli uffici di cui erano titolari, non erano destinati a svolgere dei compiti ben precisi, ma soltanto quelli che di volta in volta erano loro demandati dal re.
Questa “reductio ad unum” di tutti i poteri pubblici dello Stato, era accompagnata dalla concezione del legame personale tra sovrano e popolo, nella quale l’infedeltà appariva il reato più grave, che comportava la perdita del favore regio: “perciò vogliamo e ordiniamo che accogliate con fedeltà e zelo le disposizioni da noi promulgate o composte”. Il re era, cioè, legato ai suoi sudditi da un legame diretto, che non era mediato da alcuna struttura operante nello Stato, e tanto meno da quella feudale, i cui compiti erano esclusivamente militari.
Queste premesse teoriche si concretizzarono nella fondazione, negli anni successivi, di una struttura statuale monarchica, che era fondata sulla burocrazia, e che aveva origine dal sovrano ed in lui ritornava.

La nascita del sistema feudale

Fedele alla concezione della regalità che assorbiva in sé tutti i poteri dello Stato, il re di Sicilia permise l’esistenza di un solo tipo fondamentale di feudo, quello in capite de domino Rege. Il titolare era direttamente e personalmente responsabile verso il re, ovvero verso i suoi funzionari, non solo del suo operato, ma anche, e soprattutto, della regolare prestazione del servizio militare dovuto, che era computato in modo proporzionale alla consistenza del possesso feudale.
La nascita del feudo in capite de domino Rege fu il risultato di almeno due geniali operazioni, portate a termine da Ruggiero, con molta probabilità, io ritengo, nell’assemblea generale di Silva Marca del 1142.
A Silva Marca egli estese a tutte le contee del Regno un modello di organizzazione territoriale, che aveva avuto modo di sperimentare con la contea di Conversano fin dal 1134, e che era stato forse ideato da Roberto il Guiscardo. Si trattava di togliere alla contea la sua antica fisionomia di signoria territoriale, per attribuirle una funzione squisitamente militare. In questa prospettiva Ruggiero istituì dei nuovi organismi feudali, che chiamò contee, i quali erano costituiti da una serie di terrae che non erano necessariamente contigue tra loro, sparse a macchia di leopardo, e che erano poste in difesa di itinerari strategicamente rilevanti. Tutti i nuovi conti furono, poi, legati al re da un vincolo di sangue. Ciò permise loro di partecipare della potestà regia, attraverso l’esercizio di taluni regalia, e attraverso il comando attivo in guerra sui cavalieri, che essi erano tenuti, come tutti gli altri esponenti della gerarchia feudale, a fornire all’esercito del re in numero proporzionato alla consistenza dei rispettivi beneficia.
La seconda, geniale operazione attuata da re Ruggiero nell’assemblea di Silva Marca, fu l’istituzione di una nuova categoria di feudi, che nella seconda metà del XII secolo furono chiamati feuda quaternata o feuda in baronia. Si trattava di feudi sui quali il re esercitava il più stretto controllo, perché era necessario comunque il suo assenso nella loro trasmissione, anche quando si trattava degli eredi legittimi. In cambio i titolari godevano del diritto regio di riscuotere il plateaticum.
Anche i feuda in baronia dovevano all’esercito regio un numero di cavalieri proporzionato alla loro consistenza. Ma, a differenza di quanto avveniva per quelli comitali, i cavalieri che essi fornivano erano comandati da un funzionario regio, detto connestabile, che aveva competenza nell’ambito di ben definiti distretti territoriali, detti “connestabilie”.
Ai connestabili, inoltre, era demandato il compito, all’interno delle rispettive connestabilie, del comando, dell’ispezione delle armi e dell’equipaggiamento, oltre che sui cavalieri forniti all’esercito regio dai feuda quaternata, anche su quelli forniti dai semplici feudi in capite de domino Rege, nonché dalle terre e dalle città demaniali, e dai possessori di terre patrimoniali.
I connestabili, dunque, esercitavano le loro competenze tanto sulle terre demaniali quanto su quelle feudali, in precisi ambiti circoscrizionali che ricoprivano tutto il Regno, e, al pari degli altri funzionari regi, “appaiono come le strutture portanti di un moderno edificio, strutture che non troverebbero una loro funzionalità nella costruzione di forma piramidale che è propria dello Stato feudale”.
In conclusione, sia la struttura amministrativa che l’organizzazione feudale del Regno furono plasmate da re Ruggiero in armonia con la sua concezione di una monarchia assoluta fondata sulla burocrazia: egli, ben più di Federico II, vide il suo Regno come “opera d’arte”.

 

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