L’ unzione
del nuovo duca di Puglia
Contrariamente
a quanto è stato sostenuto dalla storiografia
che si è occupata dell’argomento, io non ritengo
che Ruggiero con “l’unzione sacra venisse proclamato
duca di Puglia”. Le fonti fanno una precisa distinzione
tra unzione ed assunzione del titolo ducale. Romualdo Guarna
ricorda: “ab Alfano Caputaquensi episcopo est unctus in
principem. Dehinc Regium veniens ibidem in ducem Apulie est promotus
et sic in Siciliam rediit”. Falcone Beneventano, che non
fa menzione dell’unzione, narra che Ruggiero, soltanto
dopo aver lasciato Salerno ed essere ritornato in Sicilia “ad
Ducatus arripiendum honorem animum impulit elatum”. Per
questo motivo comandò a quelli che dimoravano nelle sue
terre di chiamarlo duca, ed inviò al papa Onorio molti
doni d’oro e di argento, promettendo anche le città di
Troia e di Montefusco, purché gli concedesse il titolo
e le insegne del Ducato. Alessandro di Telese, infine, concorda
con Falcone, nel riferire che Ruggiero solo dopo essere ritornato
dalla Sicilia abbia chiesto al pontefice “ducatum jure
generis sibi succedentem liceret accipere”.
Pertanto, a noi non sembra che l’unzione ricevuta dal conte
di Sicilia in Salerno, possa essere intesa come un atto programmatico
e consapevole di quest’ultimo, fatto per superare l’investitura
pontificia; e che il conte di Sicilia abbia così ottenuto
una sorta di sacramento che gli faceva derivare il potere direttamente
da Dio. Se bisogna dar credito alle fonti, non si può non
riconoscere che il conte di Sicilia ritenne indispensabile l’investitura
del papa per assumere legittimamente la successione nel ducato
di Puglia.
Che cosa rappresentò, dunque, per Ruggiero l’unzione
sacra? Io sono del parere che essa, riferita dal solo Romualdo,
arcivescovo di Salerno, sia stata una cerimonia circoscritta
all’ambito salernitano, con la quale il vescovo di Capaccio,
tradizionalmente delegato ad officiare le cerimonie pubbliche
dei principi longobardi di Salerno, abbia attribuito all’Altavilla
la dignità longobarda di princeps di Salerno61. Conferma
questa mia ipotesi il fatto che Ruggiero tenne distinti i titoli
di principe di Salemo e di duca di Puglia: “he gathered
into his own hands the titles of prince of Salerno and duke of
Apulia”.
Per quanto riguarda, poi, il problema dell’investitura
di Benevento del 1128, siamo del parere che essa non sia affatto
una cerimonia atipica, ma che, al contrario, sia stata esemplata
sulle procedure adottate in precedenza per le investiture dei
duchi normanni di Puglia. Secondo Alessandro Telesino, Ruggiero
II avrebbe prima prestato l’omaggio al papa, poi avrebbe
ottenuto l’investitura del ducato, infine avrebbe giurato
fedeltà. Questa stessa prassi fu seguita nel 1114 a Ceprano
da papa Pasquale II per investire Guglielmo d’Altavilla
del ducato di Puglia. Ci si trova, cioè, di fronte ad
una forma di investitura, di derivazione franca, che aveva assunto
in Italia una sua autonoma fisionomia.
L’assemblea
di Melfi del 1129
Ottenuta
l’investitura del Ducato, Ruggiero convocò nel
1129 in Melfi un’assemblea di tutti gli optimates dell’Apulia,
ed impose loro “tra l’altro anche quest’editto,
che restando in pace non si combattessero tra loro. Contemporaneamente
li costrinse a giurare che da quel momento in avanti avrebbero
mantenuto, e aiutato a mantenere, pace e giustizia... Non stupisce
dunque che avesse potuto sottomettersi tutte le terre con l’aiuto
di Dio, giacché, promulgato che fu tale severo rigore
di giustizia, in ogni parte del suo dominio si vide affermarsi
la stabile pace... ”.
È
molto probabile che nell’assemblea di Melfi il nuovo
duca di Puglia abbia provveduto anche ad una ridefinizione
del servizio militare dovutogli dai feudatari, in vista di
un più razionale reclutamento della leva militare e
dell’allestimento dell’esercito ducale. Ne abbiamo
una testimonianza in Alessandro di Telese. Costui ricorda l’episodio
accaduto immediatamente prima dell’assemblea: Ruggiero
costrinse Roberto di Grantmesnil a rinunziare alle terre che
possedeva, perché aveva interrotto il servizio che prestava
nel suo esercito durante l’assedio di Montalto.
Insomma, i vari atti del nuovo duca manifestarono la volontà di
esercitare un’effettiva potestà su tutte le signorie
normanne del Mezzogiorno continentale, e di imporre all’interno
di esse la sua jurisdictio nelle forme da sempre in atto nella
contea siciliana.
La nascita del Regno di Sicilia
Anche grazie alla forza del suo esercito,
Ruggiero portò a
termine i suoi obiettivi. “Il duca Ruggiero, conseguiti
ovunque prosperi successi, teneva potentemente tutte le terre
di Boemondo e tutto intero il ducato; e smessa ormai la resistenza
militare si sottomettevano anche il principe dei Capuani, il
Maestro delle milizie napoletane e ogni terra fin quasi ai
confini della città di Ancona”.
A questo punto le fonti concordano nel riferire che il neo-duca
di Puglia diventò re, ma divergono nel raccontare come
ciò sia avvenuto.
Alessandro di Telese attribuisce agli ambienti palermitani
l’idea di un “colpo di Stato costituzionale”: “si
cominciò a suggerirgli con insistenti e confidenziali
discorsi, che lui, che con l’aiuto di Dio dominava tutte
le province di Sicilia, Calabria, Puglia e le altre regioni
che giungevano quasi fino a Roma, non doveva più fregiarsi
dell’onore ducale, ma nobilitarsi con l’onore del
fastigio regale. Ruggiero avrebbe preso in considerazione questi
suggerimenti, e radunato fuori della città di Salerno
un consiglio di “ecclesiastici peritissimi e molto competenti,
oltre a principi, conti, baroni e ad altre persone che sapeva
attendibili, sottopose al loro esame la questione segreta ed
imprevista, ed essi... approvano... che Ruggiero duca sia promosso
a dignità regia in Palermo”. “ Il duca torna
in Sicilia, ingiungendo per tutte le province delle sue terre
che chiunque tenesse dignità, potestà e onori,
tutti convenissero a Palermo nel giorno dell’incoronazione,
che doveva avvenire nell’imminente Natale del Signore” di
quell’anno 1130.
Romualdo Guarna fornisce, sia pure in forma più laconica,
la stessa versione dell’avvenimento: “Postmodum
baronum et populi consilio apud Panormum se in regem Sicilie
inungi et coronari fecit”.
Falcone Beneventano e le fonti romane attribuiscono, invece,
all’iniziativa dell’antipapa Anacleto gli accordi
che avrebbero portato alla fondazione della monarchia. Secondo
questa versione dei fatti, alla morte di Onorio II, due papi,
Innocenzo II e Anacleto II salirono sul trono pontificio. Ruggiero
d’Altavilla fu il solo a riconoscere come vero papa Anacleto.
Nel settembre del 1130 i due si incontrarono ad Avellino. L’Altavilla
riconobbe nuovamente e solennemente Anacleto quale papa legittimo.
Costui, da parte sua, lo confermò nel possesso del ducato
e delle terre da lui dominate: “Anacletus concedit Rogerio
universas terras, quas predecessores Roberto Guiscardo et Rogerio
filio eius dederant”; poi, il 27 settembre concesse al
duca la potestà regia: “Concediamo dunque, doniamo
e consentiamo, a te, a tuo figlio Ruggiero, agli altri tuoi
figli che secondo le tue disposizioni dovranno succedere nel
regno, ed ai tuoi discendenti, la corona del regno di Sicilia
e di Calabria e di Puglia e di tutta la terra che noi e i nostri
predecessori donammo e concedemmo ai tuoi predecessori duchi
di Puglia, i ricordati Roberto Guiscardo e Ruggiero suo figlio;
[e concediamo] che tu tenga il regno e l’intera dignità regia
ed i diritti regali a titolo perpetuo, sicché tu li
tenga e signoreggi in perpetuo, e istituiamo la Sicilia capo
del regno”.
L’incoronazione di Ruggero
II nella cattedrale di Palermo
Alessandro e Falcone concordano nel
riferire che nella notte di Natale del 1130 con sfarzo favoloso
Ruggiero d’Altavilla
ricevette l’unzione col sacro olio e l’incoronazione
nella cattedrale di Palermo.
Due preziosi reperti iconografici della metà del XII
secolo ce ne hanno conservato la rappresentazione. Si tratta
del mosaico della chiesa Martorana di Palermo, e di uno smalto “limosino” conservato
nel tesoro della basilica di San Nicola di Bari. Ruggiero,
con abito imperiale bizantino e con la stola di legato apostolico,
riceve la corona greca con pendenti di perle: dal Cristo nel
mosaico, da San Nicola nello smalto.
Il nuovo re di Sicilia conquista le signorie normanne del
Continente
A Ruggiero d’Altavilla, incoronato ed unto re, apparve
indifferibile affermare concretamente la giurisdizione su tutti
i territori che costituivano il suo Regno. Si trattava non
solo di conquistare le signorie normanne da sempre autonome,
ma anche di piegare definitivamente le resistenze dei conti
all’interno delle tre signorie nate dalla divisione del
ducato di Puglia dopo la morte del Guiscardo. L’impresa
era resa più difficile dall’appoggio offerto dal
pontefice Innocenzo II e dall’imperatore Lotario ai Normanni
nemici dell’Altavilla, che era, come abbiamo detto, sostenitore
dell’antipapa Anacleto.
Le cronache di Alessandro di Telese e di Falcone Beneventano
raccontano, con dovizia di particolari, le lotte che il re
affrontò in Campania ed in Puglia.
Dopo aver sottomesso Amalfi e Napoli, piegò con una
ferocia inaudita Grimoaldo, principe di Bari, poi Goffredo,
Alessandro e Tancredi di Conversano, che erano diventati signori
di gran parte dei territori toccati nel 1089 a Boemondo d’Altavilla.
Risolta in questo modo la situazione in Puglia, Ruggiero cercò di
eliminare una volta per tutte l’opposizione in Campania,
dove a Nocera, nel luglio del 1132 aveva dovuto subire una
pesante sconfitta. I suoi avversari, Roberto, principe di Capua,
e Rainulfo, conte di Alife - che aveva sposato sua sorella
Matilde - potevano contare su di un ampio fronte di alleati,
che vedeva in prima fila papa Innocenzo II, l’imperatore
Lotario, Bernardo di Chiaravalle, fervente sostenitore del
pontefice legittimo e dei diritti imperiali nell’Italia
meridionale, la repubblica di Pisa, che nell’appoggio
del nuovo re normanno ai Genovesi vedeva fortemente lesi i
propri interessi commerciali.
Nonostante la scomunica contro Ruggiero lanciata durante il
concilio di Pisa ai primi di giugno del 1135, ed una sorta
di blocco economico ai danni del Regno81, l’Altavilla,
che poteva contare in Sicilia su di una riserva di uomini e
di mezzi, accentuò la sua pressione militare in Campania,
fino ad incendiare Aversa e ad assediare Napoli. Al re si affiancarono,
nel controllo della regione, suo figlio Ruggiero, duca di Puglia
dal 1130, e l’altro figlio Anfuso, che nell’autunno
del 1135 fu investito del principato di Capua.
La discesa dell’imperatore Lotario nell’Italia
meridionale
La reazione dei due imperi al consolidarsi
delle fortune dell’Altavilla
si concretizzò nel maggio del 1137 con la discesa in
Italia dell’imperatore Lotario al comando di un forte
esercito. Fu un momento importante, nel quale si decise definitivamente
la sorte del nuovo Regno. Tutti i conti normanni che erano
stati privati da Ruggiero delle proprie signorie, e quelli
che vedevano imminente la perdita della loro autonomia, si
strinsero intorno all’imperatore in un ultimo, estremo
tentativo per sopravvivere. Guglielmo, conte di Loritello;
Roberto, principe di Capua, con i suoi conti tra i quali primeggiava
Rainulfo d’Alife, cognato del re; Ugo II de Mulisio,
conte di Boiano; Ruggiero, conte di Ariano; Goffredo di Loritello,
conte di Conza; Alessandro, Goffredo e Tancredi di Conversano,
tutti insieme accorsero, con i cavalieri rimasti loro fedeli,
sotto il vessillo imperiale che si dirigeva contro i territori
meridionali. L’avanzata sembrò inarrestabile.
Capua fu occupata e restituita al principe Roberto. Anche Bari
fu conquistata, mentre re Ruggiero si ritirava nella sua fedele
Sicilia. Nel settembre, prima che l’armata imperiale
riprendesse la strada per il Nord, Rainulfo d’Alife,
campione della resistenza antiruggieriana, fu eletto duca di
Puglia, dopo laboriose trattative tra il pontefice e l’imperatore,
che rivendicavano entrambi diritti sui territori meridionali:
alla fine i due si accordarono per concedere al neo-duca l’investitura
col vessillo da essi tenuto contemporaneamente.
La riconquista di Ruggero delle province continentali. Gli
accordi di Mignano tra il re di Sicilia ed il Papa.
Partito l’esercito imperiale, già nell’ottobre
Ruggiero, lasciata la Sicilia, era in Campania dove rioccupò Salerno,
Napoli, Capua, Avellino, Benevento. Si diresse, poi, in Puglia,
dove però a Rignano, presso Siponto, il 30 ottobre subì una
clamorosa sconfitta ad opera delle truppe ribelli, al comando
di Rainulfo d’Alife, duca di Puglia.
Gli ultimi mesi del 1137 e l’intero 1138 videro una situazione
di stallo delle operazioni militari. Ruggiero, infatti, fu
particolarmente impegnato, dopo la morte dell’antipapa
Anacleto, avvenuta il 25 gennaio 1138, in un vano tentativo
di assicurargli un successore: alla fine Vittore IV, che era
stato eletto dai cardinali scismatici, fu costretto a rinunziare,
perché rimasto privo di ogni appoggio.
All’inizio del 1139 la situazione trovò degli
esiti imprevisti. Nell’aprile Innocenzo II, durante il
sinodo lateranense, lanciò nuovamente la scomunica contro
Ruggiero ed i suoi fautori. Ma alla fine dello stesso mese
morì Rainulfo d’Alife, ed il pontefice perdette
il principale sostegno alla sua azione nel Regno. Ruggiero,
ritornato dalla Sicilia dove aveva trascorso l’inverno,
riorganizzò subito le sue forze. Affidata in Campania
una parte dell’esercito a suo figlio Ruggiero, duca di
Puglia, egli si diresse in Capitanata. Qui restò fino
al luglio, quando decise di muovere verso San Germano (nei
pressi dell’abbazia di Montecassino), dove Innocenzo
II, al comando di un’armata costituita in prevalenza
dai cavalieri normanni ribelli, si era acquartierato. Il papa,
stabiliti dei contatti con gli inviati di Ruggiero, non mostrava
alcuna intenzione di cedere alle loro richieste. Il 22 luglio
Innocenzo II, mentre disponeva che le sue truppe si accampassero
in un luogo più sicuro, fu fatto prigioniero dal duca
di Puglia, mentre Roberto di Capua e Riccardo di Rupecanina
(fratello del defunto Rainulfo d’Alife) si davano alla
fuga. A questo punto - secondo quanto narra Falcone Beneventano,
che è la fonte meglio informata su questi avvenimenti
- il re inviò presso il papa prigioniero nuovi legati
per chiedere la pace. Subito dopo Ruggiero ed i suoi figli “ante
ipsius Apostolici praesentiam veniunt, et pedibus ejus advoluti
misericordiam petunt, et ad Pontificis imperium usquequaque
flectuntur”.
Gli accordi di Mignano tra il re di Sicilia ed il Papa
Il giorno 27, a Mignano (oggi in prov.
di Caserta) fu stilato dalla cancelleria pontificia il privilegio,
con il quale venivano
registrati i termini dell’intesa tra il re di Sicilia
ed il Papa.
Il testo del documento, che ci è pervenuto, mostra come
da parte pontificia, e con l’assenso dell’Altavilla,
si fosse proceduto ad una sconfessione dell’operato del
defunto Anacleto, perché non solo non si fece riferimento
all’investitura regia attribuita dall’antipapa
a Ruggiero, ma neanche si accennò ai privilegi dallo
stesso concessi al re normanno, relativi all’organizzazione
della chiesa siciliana. Inoltre, cambiando intenzionalmente
i fatti, fu attribuita l’elevazione regia dell’Altavilla
al papa Onorio II, anche se si consentì a ritenere che
la sua dignità regia non si fondasse esclusivamente
sulla concessione pontificia, perché la Sicilia era
stata sede di regno nell’antichità: “quod
utique, prout in antiquis refertur historiis, regnum fuisse
non dubium est”. Si limitò, poi, la dignità regia
alla sola Sicilia, mentre al principato di Capua ed al ducato
di Puglia furono attribuite autonome fisionomie. Infine si
riconobbe l’ereditarietà del Regno nella discendenza
del suo primo titolare.
Ruggero conquista le ultime sacche di resistenza. Gli appannaggi
feudali per i figli del re
Confermato nella dignità regia, Ruggiero, con i suoi
figli, iniziò con decisione a stroncare le ultime sacche
di resistenza degli oppositori. Nell’ottobre dello stesso
1139 fu riconquistata Bari e fu impiccato il principe Giaquinto.
Ritornato poi il re in Sicilia per trascorrervi l’inverno,
Ruggiero ed Anfuso completarono la sottomissione dell’intero
principato di Capua e degli impervi territori abruzzesi88.
Furono così annesse, in modo definitivo, al Regno di
Sicilia le signorie nate a seguito dell’insediamento
normanno nel Mezzogiorno continentale, le quali erano riuscite,
nonostante il tentativo di unificazione realizzato da Roberto
il Guiscardo, a conservare gelosamente la propria autonomia.
La contea di Loritello, con tutti i suoi vasti territori abruzzesi,
il principato di Capua, la contea di Boiano, la contea di Conza,
la contea di Ariano, la contea di Principato, entrarono a fare
parte del nuovo organismo politico che Ruggiero d’Altavilla
aveva creato partendo dalla sua contea di Sicilia.
La stessa cosa accadde anche per i tre organismi territoriali
che erano nati dallo smembramento del ducato di Puglia dopo
la morte del Guiscardo, e cioè per il ducato di Puglia,
con capitale Salerno, per il principato di Bari, e per le terre,
con centro in Taranto, toccate a Boemondo d’Antiochia
nella spartizione del 1089.
Gli appannaggi feudali per i figli del re
Bisogna notare che, mentre tutte le
signorie normanne, ad eccezione della contea di Principato,
all’indomani della
loro annessione al Regno, perdettero le rispettive fisionomie
territoriali, perché furono disintegrate nelle nuove
strutture organizzative della monarchia, altrettanto non accadde
per le terre dell’antico ducato di Puglia e del principato
di Capua. Infatti Ruggiero, dopo la sua elevazione a re, le
organizzò in questo modo: nel 1130 concesse al suo primogenito
Ruggiero il ducato di Puglia, la cui consistenza territoriale
rimase immutata rispetto a quella posseduta dal duca Guglielmo,
nipote del Guiscardo; poco dopo il giugno 1132, creato il nuovo
principato di Taranto, che comprendeva le terre di Boemondo,
lo concesse a suo figlio Tancredi, unitamente al principato
di Bari89; nell’autunno del 1135 concesse al figlio Anfuso
il principato di Capua, e nel 1139 il ducato di Napoli90.
La morte prematura dei figli del re, e gli accordi di Mignano,
portarono ad una modifica di questo progetto iniziale di condominio
tra il re ed i suoi figli sulle terre continentali del Regno,
la cui non chiara natura giuridica è stata riconfermata
anche dalla recente storiografia.
Il 16 marzo 1138, morto Tancredi, principe di Taranto e di
Bari, i suoi due principati subirono sorti diverse. Quello
di Bari fu soppresso, ed il suo territorio fu inglobato nel
ducato di Puglia. Il principato di Taranto, fu, invece, dato
a Guglielmo, il più giovane dei figli del re, che lo
tenne però in una posizione di subordinazione rispetto
al ducato di Puglia. Quando, poi, il 10 ottobre 1144 morì Anfuso,
il principato di Capua passò a Guglielmo, che cedette,
a sua volta, il principato di Taranto al suo fratellastro Simone.
Si venne così a realizzare già nel 1144 quella
struttura territoriale ipotizzata negli accordi di Mignano,
e che sarà poi conservata dai re normanni. Tutte le
terre continentali del Regno, a nord del fiume Sinni e fino
al fiume Tronto, venivano divise tra il ducato di Puglia ed
il principato di Capua.
Si dovette al genio politico di Ruggiero d’Altavilla
se il ducato ed il principato, che nell’intenzioni del
pontefice avrebbero dovuto conservare una propria autonoma
fisionomia, divennero due province del Regno. Ma questo fu
soltanto uno dei risultati che il fondatore della monarchia
raggiunse, una volta instaurata la pace, nella sua intensa
attività di governo, volta alla creazione delle strutture
organizzative del nuovo Stato, e alla sua collocazione nel
panorama politico contemporaneo.
Le province continentali del regno di Sicilia: ducatus Apuliae
e principatus Capuae
Tutto il territorio conquistato nell’Italia meridionale,
fu strutturato da Ruggero II d’Altavilla in due province
dette Ducatus Apuliae e Principatus Capuae, che erano poste
rispettivamente ad oriente e ad occidente della linea degli
Appennini. Esse erano separate da un confine che può essere
così ricostruito procedendo da Nord verso Sud:
dal fiume Castellano, che è un affluente del Tronto,
raggiungeva il fiume Sangro seguendo la stessa linea che oggi
separa le province di Teramo-Ascoli Piceno, Teramo-Rieti, Teramo-L’Aquila,
Pescara-L’Aquila, Chieti-L’Aquila;
dal fiume Sangro raggiungeva il fiume Trigno lungo il corso
dell’affluente di quest’ultimo chiamato Verrino,
includendo nel ducatus Castel del Giudice, Capracotta, Agnone,
Poggio Sannita, Castel Verrino, e nel principatus Vastogirardi,
Pietrabbondante;
dal fiume Trigno raggiungeva il fiume Biferno presso Castropignano,
secondo una linea che includeva nel ducatus Salcito, Pietracupa,
Fossalto, Torella del Sannio, Castropignano, e nel principatus
Bagnoli del Trigno, Duronia, Frosolone;
dal Biferno raggiungeva l’alto corso del Tammaro, ad
oriente di Sepino, secondo una linea che includeva nel ducatus
Campobasso, Gildone, Cercemaggiore, S. Croce del Sannio, e
nel principatus Oratino, Busso, Baranello, Vinchiaturo, Sepino;
dal Tammaro, presso Sepino, raggiungeva il fiume Calore ad
oriente di Castelpoto, secondo una linea che includeva nel
ducatus, Pontelandolfo, Fragneto Monforte, e nel principatus
tutto il corso del fiume Calore a partire da Castelpoto, nonché Civitella
Licinio, Cerreto Sannita, Limata, Guardia Sanframondi, Ponte,
Finocchio;
dal Calore raggiungeva il fiume Sabato presso S. Leucio, ponendo
nel ducatus la città di Benevento. Dopo aver seguito
per un breve tratto il Sabato fino a nord di Altavilla Irpina,
raggiungeva il fiume Scafati presso Sarno e poi il mare Tirreno,
seguendo una linea molto irregolare che includeva nel ducatus
Altavilla Irpina, S. Angelo a Scala, Grottolella, Capriglia,
Mercogliano, Forino, Sarno, e nel principatus Torrecuso, Castelpoto,
Montesarchio, Ceppaloni, Arpaia, S. Martino Valle Caudina,
Cervinara, Baiano, Monteforte Irpino, Lauro.
Pertanto i confini del ducatus Apuliae erano i seguenti: a
nord il confine partiva dal fiume Castellano e raggiungeva
la foce del Tronto seguendo con qualche piccola variazione
la linea che attualmente separa le province di Teramo e Ascoli
Piceno, includendo nel ducatus Folignano, Faraone, Ancarano,
Controguerra, Colonnella, Monsampolo del Tronto, Acquaviva
Picena, ed escludendo Mozzano, Ascoli, Maltignano, Castel di
Lama, Colli del Tronto; ad oriente il mare Adriatico; ad occidente
il principatus Capuae; a sud il confine partiva da Policastro
sul Tirreno, e raggiungeva lo Ionio a nord della foce del Sinni,
seguendo una linea che includeva nel ducatus Policastro, Tortorella,
Caselle in Pittari, Montesano sulla Marcellina, Sarconi, Spinoso,
Carbone, S. Arcangelo, Roccanova, Castronuovo S. Andrea, Colobraro,
Tursi, S. Maria d’Anglona, Policoro.
I confini del Principatus Capuae erano i seguenti: ad oriente
e a sud il ducatus Apuliae; ad occidente e a nord i domini
del Papa, che erano separati da questa provincia normanna da
una linea di confine che partiva dal Tirreno ad est di Terracina
e giungeva al fiume Castellano nelle Marche, là dove
iniziava il ducatus Apuliae. Tale linea può essere così ricostruita:
partendo da Terracina, che restava nei domini pontifici, raggiungeva
il monte La Monna, la vetta più alta dei monti Ernici,
ponendo nel principatus Fondi, Lenola, Vallecorsa, Pastena,
S. Giovanni Incarico, Arce, Fontana Liri, Arpino, Isola Liri,
Castelliri, Sora109; dal monte La Monna seguiva l’attuale
confine tra le province di Frosinone-L’Aquila, Roma-Rieti;
dal punto sul fiume Turano dove oggi si incontrano le tre province
di L’Aquila, Roma, Rieti, dopo aver raggiunto la sommità dei
monti Carseolani, raggiungeva il fiume Salto a nord del lago
Salto, includendo nel principatus Pescorocchiano; seguiva il
fiume Salto fino alla confluenza con il fiume Velino, di qui
proseguiva verso il nord fino a raggiungere il monte La Pelosa,
includendo nel principatus Lugnano, Cantalice, Il Macchione,
Pianezza, ed escludendo Rieti e Poggio Bustone; dal monte La
Pelosa raggiungeva il Tronto ad oriente di Arquata seguendo
l’attuale confine tra le province di Rieti e di Perugia,
e poi il fiume Castellano.
Il confine settentrionale del
Regno di Sicilia secondo il pontefice e l’imperatore d’Occidente
Le due province del Regnum Siciliae
dette Ducatus Apuliae e Principatus Capuae erano tagliate
in senso orizzontale da
un confine la cui esistenza non fu mai formalmente riconosciuta
nell’organizzazione militare ed amministrativa della
monarchia ruggieriana, ma che rappresentò invece, per
il Papato fino al trattato di Benevento del 1156 e per l’Impero
d’Occidente, il confine settentrionale del Regno normanno.
Tale confine può essere così ricostruito: dopo
aver seguito il corso del fiume Garigliano, dalla foce sul
mare Tirreno fino alla confluenza del Liri con il Gari, piegava
verso nord-est e poi verso nord, così come procede l’attuale
confine tra le province di Gaeta-Caserta, Isernia-Frosinone;
al monte La Meta deviava verso nord-est e raggiungeva prima
il fiume Sangro, poi il Trigno, che percorreva fino alla foce
sul mare Adriatico, secondo come è tracciata l’attuale
divisione tra il Molise e l’Abruzzo, ad eccezione del
fatto che questo antico confine abbandonava il fiume Sangro
all’altezza di Castel Del Giudice e raggiungeva il Trigno
da Capracotta seguendo la valle del fiume Verrino, ponendo
così al nord i paesi di Pescopennataro e Belmonte del
Sannio, che oggi sono inclusi nel Molise.
Questo confine, dal punto di vista romano, come mostra il Liber
Censuum, separava dal Regnum Siciliae le terre di Marsia e
ultra Marsia, il cui possesso fu riconosciuto a re Guglielmo
I di Sicilia soltanto nel trattato di Benevento del 1156 dal
pontefice Adriano IV. Le terre di Marsia erano costituite dalle
diocesi di Aprutium, Penne, Chieti, Valva, Forcone, Marsia,
Gaeta, Fondi; quelle ultra Marsia erano costituite da una parte
delle diocesi di Rieti e di Ascoli Piceno.
Secondo il punto di vista imperiale, in particolare di Federico
I di Svevia, tale confine segnava il limite settentrionale
del Regno normanno per due motivi: perché era questo
il confine settentrionale riconosciuto dall’imperatore
Enrico II al principato di Capua, ed al ducato di Puglia da
lui stesso creato per Melo di Bari114; perché tutte
le terre a nord di questo confine, cioè le terre di
Marsia e ultra Marsia del Liber Censuum, appartenevano all’impero,
essendo state parti del ducato di Spoleto, a sua volta parte
del Regnum Italicum