FALCONERIA NORMANNA

È esistita una falconeria normanna ?

“...venationi et accipitrum exercitio inserviens...”, così descriveva gli Altavilla il monaco Goffredo Malaterra [1]. Tale descrizione dei loro costumi, che associata a quella della predilezione per l'esercizio delle armi contribuisce a delineare l'identità etnico-culurale che Malaterra propone al lettore, è sicuramente indice della cura che costoro dovevano riporre nei confronti della caccia con il falcone.

Tuttavia, a fronte di tale importante testimonianza, pressoché nulli sono i riferimenti che si possono rintracciare nelle opere dei cronisti normanni. Tale mancanza di notizie può trovare una spiegazione nel fatto che il più delle volte i cronisti erano dei monaci, e quindi, probabilmente, non in grado di apprezzare o descrivere un'attività riservata esclusivamente al ceto cavalleresco.

Del resto anche i riferimenti alla caccia in generale sono alquanto scarsi nella cronachistica del periodo normanno. Una delle poche eccezioni la ritroviamo ancora una volta in Malaterra con la descrizione di un'impresa di caccia del capostipite degli Altavilla, Tancredi. Il canone adoperato dal Malaterra[2] è quello tipico della concezione nobiliare della caccia dell'alto medioevo: il cavaliere, l'eroe, il signore che affrontano la fiera – in questo e in molti altri casi rappresentata dal verro, un cinghiale di solito enorme, vetusto e feroce – armato delle armi tipiche del guerriero quali la spada, e non di armi tipiche del cacciatore (arco, balestra, spiedo).

Tuttavia, il silenzio delle fonti su questo argomento non può di certo significare che i Normanni non si dedicassero poco o affatto alla caccia, occupazione comune a tutti i ceti dominanti del tempo. E se il discorso vale per la caccia in generale non può non valere anche per la falconeria. In tal modo le perplessità sollevate da Willemsen nel suo intervento sulla caccia nel periodo normanno-svevo alle omonime giornate di Bari del 1985, circa la possibilità di parlare di una falconeria normanna, non sono del tutto condivisibili[3]. Se il silenzio delle fonti letterarie sulla caccia in generale non significa che in Normanni non cacciassero, probabilmente lo stesso si può dire circa la falconeria. Vero è che testimonianze sulla caccia in generale, nel periodo normanno, sono rintracciabili in altri tipi di fonti, prima di tutto quelle iconografiche. A tale proposito vanno segnalati i cicli musivi palermitani quali quello della Cattedrale di S.Maria Assunta di Monreale e della Cappella palatina di Palermo (XII sec.), nei quali trovano posto due raffigurazioni d'Isacco ed Esaù, in una delle quali si vede Esaù a caccia d'uccelli che impugna un arco e una freccia a punta piatta. Sempre da Palermo, vanno segnalati alcuni mosaici del Palazzo dei Normanni raffiguranti scene di caccia al cervo (Sala dei Normanni) - e del Palazzo della Zisa, con due arcieri simmetricamente contrapposti che tirano agli uccelli.

Da altre fonti, invece, apprendiamo che i sovrani normanni riservarono una particolare cura alla creazione e alla gestioni di grandi riserve faunistiche adibite alla caccia, in particolare in Sicilia. In uno dei rari contributi alla storia della caccia in Sicilia durante il medioevo, Henri Bresc ha indagato tali aspetti, mettendo in risalto l'importanza della politica forestale e venatoria dei Normanni – e in seguito dei loro successori - che contribuì alla preservazione delle zone boscose dell'isola[4].

Secondo Romualdo Guarna, Ruggero II fece recintare con un muro di pietra una zona di una collina nei pressi di Palermo e vi fece rinchiudere molti cervi e cinghiali, fece piantare molti alberi, incanalare dell'acqua e vi fece erigere un palazzo[5]. Tale riserva è da individuare nel parco di Altofonte. Successivamente i due Guglielmi crearono un altro parco intorno alla città, costituito da una fasta fascia di verde. Tale zona fu poi detta del Viridiarum Genoard (dall'arabo gânnat-al-ardh, il Paradiso Terrestre), e conteneva al suo interno molte varietà di animali esotici (“omniumque bestiarum genere delectabiler refertum”)[6]. Questa politica di creazione di riserve faunistico-venatorie fu condotta su imitazione dei numerosi parchi bizantini costituiti a tali scopi e precedettero le più famose solatia federiciane[7]. Purtroppo, ancora una volta, non ci è dato di sapere che tipo di caccia si praticasse in questi parchi, ma non è da escludere che la falconeria fosse tra queste.

Dicevamo quindi della mancanza di testimonianze da parte delle fonti letterarie. Tuttavia, a fronte di tali silenzi, nella produzione trattatistica del mezzogiorno normanno prima e svevo poi, s'incontrano le testimonianze tra le più risalenti riguardanti la caccia di tutto il medioevo europeo. Celeberrimo è il de arte venandi cum avibus dell'imperatore Federico II, concepito e scritto nell'ambito delle sue corti meridionali, ma altri primati sono rappresentati proprio dai trattati di veterinaria accipitraria costituiti dal Dancus rex, Guillelmus e Geradus falconarius, nonché dal de arte bersandi del fantomatico cavaliere Guicennas anch'esso prodotto in ambito meridionale in età sveva[8]. Sia i tre piccoli trattati di falconeria che il Guicennas, dedicato alla caccia con l'arco e la balestra, rappresentano i primi esemplari di una letteratura tecnica nei rispettivi campi di appartenenza: falconeria, e caccia con armi da lancio e segugi. E' difficile credere che una simile manualistica sia frutto esclusivo della passione dello Hohensaufen per l'esercizio venatorio, bensì è da ritenere che essa sia il prodotto di una cultura già da tempo presente ed operante presso le corti normanne del Sud.

Alcuni riferimenti presenti nei trattati, per quanto scarni, non lasciano dubbi circa l'esistenza di una diffusa pratica della falconeria nel Mezzogiorno normanno. Nel Guglielmus, ad esempio, si fa cenno ad un Martinus figlio di un falconiere napoletano quale autore dell'opera; mentre in un ms. inglese del Gerardus esso viene attribuito a un M.G. de Monte P. , che potrebbe essere, come sostiene Tilander, M(aestro) G(erardo) de Monte P(alladino), località sita nei pressi dell'odierna Policastro in provincia di Salerno; e il monte Palladino è ancora citato assieme ad un'altra località del salernitano: Bruca (S. Mauro la Bruca SA). Qui, secondo l'autore, si trovavano i migliori uccelli da preda del mondo, ed è realistico ritenere che la rivendicazione di un simile primato sottintenda la presenza di appositi allevamenti dedicati alla selezione e alla cattura degli uccelli da preda, in una regione ben precisa del regno.

[1]Gaufridus Malaterra, De rebus gestis Rogerii Calabriae et Siciliae Comitis et Roberti Guiscardi Ducis fratris eius, ed. E. Pontieri, in RIS, 2, V 1, 1928, I,3.

[2]Ibidem, I,40.

[3]C.A. Willemsen, La caccia, in Terra e uomini del Mezzogiorno normanno-svevo, “Atti delle VII giornate normanno-sveve”,Bari 15-17 ottobre 1985, Bari 1987, pp. 261-269, p. 268.

[4]Henri Bresc, La chasse en Sicile (XIIe–XVe siecles), in La chasse au moyen age: Actes du Colloque de Nice, 22–24 Juin 1979 (Nice, 1980),201–11, esp. 201)20

[5]Romualdo di Salerno, Chronicon, ed. C. A. Garufi, in RIS, ed. L. A. Muratori, vol. 7.1(Citta di Castello, 1935), 232.14–21

[6]Un'illustrazione del Genoard è contenuta in una delle tavole di Petrus de Ebulo, Liber ad honorem Augusti, sive de rebus Siculis. Codex 120 II der Burgerbibliothek Bern, ed. Theo Kolzer, Marlis Stähli, Gereon Becht-Jördens, Sigmaringen 1994, f. 98r.

[7]Sui parchi bizantini in generale si veda: Nancy P. Ševcenko Wild Animals in the Byzantine Park , in Byzantine Garden Culture , a c. di Antony Littlewood, Henry Maguire, Joachim Wolschke-Bulmahn, Washington DC 2002, pp.69-86; in particolare per quelli normanni di sicilia pp.74-75.

[8]De arte bersandi. Le plus ancien traité de chasse de l'Occident, ed. Gunnar Tilander, (Cynegetica 3) Uppsala 1956.

 

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