| Drogone
d' Altavilla
Drogone
d’Altavilla ebbe modo di rafforzare i domini ereditati,
anche grazie ad un’accorta alleanza matrimoniale, che
lo portò a sposare una principessa longobarda di Salerno.
Cosicché, allorquando nel 1047 Enrico III di Franconia
(perseguendo un disegno politico mai sopito negli imperatori
d’Occidente) scese nell’Italia meridionale per
affermarvi l’autorità imperiale, poté ottenere
il riconoscimento del titolo di duca di Puglia.
Umfredo
d’Altavilla
A
Drogone, ucciso da una congiura nel 1051, successe il fratello
Umfredo. Costui ebbe il merito di coordinare tutte le forze
normanne, e di opporsi vittoriosamente al tentativo messo in
atto dal papa Leone IX di scacciare con la forza delle armi
i Normanni dall’Italia meridionale. Il 18 giugno 1053
a Civitate, nella pianura di Capitanata, l’esercito pontificio
fu sonoramente sconfitto, e lo stesso papa fu fatto prigioniero.
Umfredo morì nell’agosto 1057, dopo aver fatto
acclamare quale suo successore il fratello Roberto, detto il
Guiscardo.
Roberto
il Guiscardo, duca di Puglia
Roberto
d’Altavilla, detto il Guiscardo, cioè l’astuto,
era il figlio primogenito del normanno Tancredi d’Altavilla
e di Fredesenda, sua seconda moglie. Giunto in Italia meridionale
tra il 1046 ed il 1047, dopo aver condotto una vita da ladrone,
fu incitato ad intraprendere la conquista della Calabria, un
territorio che non era stato ancora oggetto delle scorrerie
dei suoi conterranei. Ne avviò allora la conquista sistematica,
ordinando “ai suoi soldati di saccheggiare, incendiare,
devastare le terre occupate e di ricorrere ad ogni accorgimento
psicologico per terrorizzare gli abitanti”.
Dopo aver partecipato nel giugno 1053 alla battaglia di Civitate, ereditò le
terre pugliesi del fratello Umfredo. In questo modo acquistò una posizione
di assoluta preminenza tra tutti i capi normanni. Due anni dopo nel 1059, dopo
aver portato a termine la conquista della Calabria, fu acclamato dall’esercito “duca
di Puglia”. Si trattava di un titolo onorifico, già utilizzato
dai suoi fratelli, con cui si voleva significare la sovranità sui possessi
bizantini dell’Italia meridionale, conquistati o da conquistare.
La fortuna politica del Guiscardo da questo momento in avanti fu sempre in
ascesa. Tutte le fonti contemporanee sono attente a registrarne le gesta. E’ possibile
individuare due linee nella sua azione politica: da un lato egli cercò di
organizzare ed unificare i vari stanziamenti normanni di Puglia e Calabria,
per subordinare a sè le molteplici giurisdizioni dei signori normanni;
dall’altro lato avvertì la necessità di ricercare non più nelle
autorità locali la legittimazione al suo potere, ma di ottenerla direttamente
dalla potestà universale del pontefice. Vediamo come raggiunse questo
secondo obiettivo.
Dopo la battaglia di Civitate si andò facendo strada all’interno
della Curia romana la convinzione dell’impossibilità di scacciare
con la forza i Normanni dal Mezzogiorno, e la necessità di riconoscere
loro un ruolo politico, utilizzandoli in funzione antimperiale. A sostenere
questa tesi erano soprattutto alcuni degli esponenti più intransigenti
del “partito della riforma”, consapevoli che il problema ecclesiale
dell’investitura dei laici e dell’elezione del papa fosse pregiudiziale
per qualsiasi iniziativa di riforma.
Nel Concilio Lateranense dell’aprile-maggio 1059 fu regolamentata l’elezione
pontificia, e fu per questo scatenata la congiunta reazione della corte imperiale
e dei vescovi germanici. Cosicché apparve quanto mai opportuno ricercare
nei Normanni un appoggio militare.
Alle
origini dei diritti pontifici sull’Italia meridionale
Nel
maggio 1059 Riccardo Drengot, dopo essere stato riconosciuto
principe di Capua dall’arcidiacono Ildebrando in nome
del pontefice, intervenne in Roma in favore di Niccolò II
contro l’antipapa Benedetto X.
Subito dopo, il 24 giugno, papa Niccolò si recò a Melfi, dove
convocò un sinodo di tutti i vescovi latini del Mezzogiorno, con lo
scopo di richiamare il clero meridionale all’osservanza del celibato,
e di deporre i vescovi simoniaci. Nello stesso sinodo il pontefice investì formalmente
del principato di Capua il normanno Riccardo Drengot; e del ducato di Puglia
e Calabria, il normanno Roberto il Guiscardo. Ci è fortunatamente pervenuto
il testo del giuramento di Roberto, dove egli si intitola: “Per grazia
di Dio e di San Pietro duca di Puglia e di Calabria e duca futuro di Sicilia”;
nel quale giura fedeltà al pontefice e si impegna ad aiutarlo a conservare
e a recuperare le regalíe di S. Pietro ed i suoi possessi; a sostenerlo
nel controllo sicuro ed onorevole del Papato romano; a non invadere né a
depredare le terre di San Pietro, ma di attendere nuove concessioni dai pontefici;
a corrispondere una somma annua per le terre di San Pietro che possiede o avrebbe
posseduto; a rimettere sotto la giurisdizione pontificia le chiese esistenti
nei propri territori; a prestare giuramenti ad altri solo con la riserva di
fedeltà alla Santa Romana Chiesa; ad intervenire in aiuto dell’elezione
pontificia per garantirne lo svolgimento secondo le recenti norme del Concilio
Lateranense; a mostrarsi fedele al pontefice e ai papi che gli avrebbero confermato
l’investitura. Inoltre Roberto il Guiscardo, con un altro atto, a conferma
della concessione e della fedeltà, avrebbe offerto un tributo annuo
di dodici denari pavesi per ogni iugero di terra ecclesiastica di sua diretta
pertinenza.
Senza volere entrare nel merito di una plurisecolare disputa storiografica,
dal dettato dei documenti non è possibile arguire che Riccardo e Roberto
abbiano avuto in Melfi una regolare investitura, che avrebbe comportato nel
futuro la soggezione dei Normanni al Papato, perché da quest’ultimo
sarebbero provenuti la concessione di tutti i territori meridionali ed i rispettivi
titoli di princeps e di dux. A noi sembra che i due Normanni si siano rivolti
al pontefice perché vedevano in lui il vertice dei detentori di autorità,
come avevano fatto, fino a quel momento, tutti i capi normanni, che avevano
ricercato presso i poteri costituiti i titoli di legittimità ai domini
conquistati con le armi. Per Roberto e per Riccardo l’investitura da
parte del pontefice avrebbe comportato la sanzione giuridica della loro superiorità sugli
altri Normanni, e nulla più: essi erano del tutto estranei e lontani
dalla concezione di riconoscere nel papa il dominus mundi.
In merito a Roberto il Guiscardo, l’investitura di Melfi comportò la
possibilità di trasformare il suo titolo onorifico di “duca di
Puglia”, in quello di titolare di una nuova entità politica, sia
pura in fase di definizione da un punto di vista territoriale: “duca
di Puglia e Calabria, e duca futuro di Sicilia”.
Le conseguenze pratiche di ciò furono che egli, dopo aver imposto ai
Normanni di Puglia e di Calabria il giuramento vassallatico, poté procedere
ad una serie di azioni militari, che gli consentirono, nel breve volgere di
un quindicennio, il definitivo allontanamento dei Bizantini dalla Puglia (1071);
la conquista dell’ultimo organismo politico della Longobardi minore,
cioè il principato di Salerno (1076); la conquista, quasi completa della
Sicilia, con la collaborazione del fratello Ruggiero, suo vassallo; la difesa
del Papato, fino a sostenere vittoriosamente in Roma con la forza delle armi
il pontefice Gregorio VII contro l’imperatore Enrico IV (1084); infine,
il progetto e l’attuazione di una grande spedizione contro l’impero
d’Oriente (1081-1085)11.
Il
ducato di Puglia dopo la morte del Guiscardo. Guglielmo d'Altavilla
Dopo
la morte del Guiscardo avvenuta durante la sua avventurosa
campagna militare contro Bisanzio nel 1085, il ducato di Puglia
fu sconvolto dalle lotte tra i suoi due figli: Ruggiero Borsa,
che era stato designato erede, e Boemondo.
Nel 1089 i due fratelli addivennero alla spartizione delle terre del ducato.
Boemondo, che riconobbe l’alta sovranità del fratello, ottenne
i territori che avevano fatto parte dei Temi bizantini di Longobardia e di
Lucania; compresi tra il fiume Ofanto a nord, ed il fiume Sinni a sud. Ruggiero,
che conservò il titolo ducale, limitò i suoi possessi alle terre
che avevano costituito il principato di Salerno al tempo del suo ultimo principe
longobardo, Gisulfo II.
Tra la fine dell’XI e gli inizi del XII secolo, il duca di Puglia che
abitualmente risiedeva a Salerno, capitale del ducato, fu incapace di intervenire
nelle guerre continue che sconvolsero le regioni meridionali, soprattutto dopo
la partenza di Boemondo per la prima Crociata nel 1096, e, poi, durante la
fortunata avventura di quest’ultimo in Oriente, prolungatasi per quasi
un decennio, e concretizzatasi nell’acquisto del principato di Antiochia.
Guglielmo
d’Altavilla, duca di Puglia, e Boemondo II
La
situazione si aggravò dopo il 1111, anno in cui morirono
Ruggiero e Boemondo. Costoro lasciarono quali eredi due figli
in minore età, di nome Guglielmo e Boemondo II, sotto
la tutela delle rispettive madri Ailana e Costanza. In particolare
le terre di Boemondo II furono sconvolte dall’anarchia
più completa, nonostante un tentativo espletato dalla
principessa Costanza presso la corte di Costantinopoli per
chiedere aiuti. Protagonisti degli avvenimenti furono Roberto,
Alessandro, e Tancredi di Conversano, figli del conte Goffredo,
nipote del Guiscardo. La vedova di Boemondo nel coraggioso
tentativo di affermare la sua autorità, subì per
ben due volte, nel 1116 e nel 1119, la prigionia ed il carcere.
Alla fine fu costretta a soccombere. Nel 1119 in Bari si costituì un
principato autonomo ad opera di Grimoaldo Alferanite, capo
del partito antinormanno della città; mentre i possessi
di Boemondo, con centro in Taranto, furono limitati alla Terra
d’Otranto ed al territorio dell’antico Tema bizantino
di Lucania.
Le capacità d’intervento del duca di Puglia Guglielmo furono,
anche in queste circostanze, pressocché nulle. Basti pensare che, dopo
un timido tentativo di portare aiuto a Costanza effettuato nell’aprile
1121, fu costetto a rientrare precipitosamente nelle sue terre per contrastare
il conte Giordano di Ariano. In questa occasione dovette fare ricorso al conte
di Sicilia e cedergli, in cambio dell’aiuto ricevuto, gli ultimi suoi
possessi in Calabria e le sue quote-parti di Messina e di Palermo.
Il duca Guglielmo morì il 27 luglio 1127 senza eredi, lasciando aperto
il problema della successione nel ducato di Puglia.
La
frantumazione del ducato di Puglia
La
struttura territoriale del ducato di Puglia quale fu posseduta
dal Guiscardo, si frantumò, dopo la sua morte, in tre
entità territoriali: il ducato di Puglia, con capitale
Salerno, la cui estensione corrispondeva a quella del principato
longobardo di Salerno nell’ultima fase della sua esistenza;
il principato di Bari; le terre di Boemondo II d’Altavilla,
con centro in Taranto, che comprendevano la Terra d’Otranto
ed il territorio dell’antico Tema bizantino di Lucania
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