La
Contea di Sicilia
Ruggiero,
ultimo figlio di Tancredi d’Altavilla e della
sua seconda moglie Fredesenda, giunse in Italia quando le fortune
del suo fratello maggiore, Roberto il Guiscardo, erano già in
ascesa. Così lo descrive una fonte contemporanea: era “un
giovane assai bello, di alta statura e di proporzioni eleganti,
pronto di parola, saggio nel consiglio, lungimirante nel trattare
gli affari, sempre di carattere piacevole e allegro, era pure
dotato di grande forza fisica e gran coraggio nei combattimenti:
per tutti questi pregi in breve meritò ogni credito”.
Nel 1061 quando il Guiscardo progettò la conquista della
Sicilia musulmana, di cui era stato investito a Melfi due anni
prima, Ruggiero non aveva un ruolo particolarmente significativo
nella spedizione. Questa, infatti, fu affidata a Goffredo Ridell
allorché il duca fu costretto a correre in Puglia per
contrastare una spedizione bizantina. Soltanto dopo il 1062 Ruggiero
assunse in prima persona il comando dell’impresa siciliana,
e lo tenne durante tutta la lunga campagna militare.
el 1068 ottenne una grande vittoria a Misilmeri contro le forze
saracene riunite sotto il comanda dell’emiro Ayub, che
fu costretto a fuggire in Africa.
Nel 1071, unite in Messina le sue forze ad una spedizione navale
allestita dal Guiscardo, cinse d’assedio Palermo. La
caduta di Palermo
Il
10 gennaio 1072 Palermo capitolò nonostante il disperato
eroismo degli abitanti, che anche un cronista partigiano come
Guglielmo di Puglia ebbe modo di sottolineare, offrendoci nel
suo poema questa descrizione dell’episodio:
I
due popoli compivano un medesimo sforzo, ma per cause diverse:
l’uno per prendere la città, l’altro per difenderla;
gli uni combattevano per loro stessi, per i figli e le loro donne;
gli altri desideravano far cosa grata al duca conquistando la
città. Mentre i due popoli si combattevano con tanto valore,
il destino fu propizio a Roberto e crudele per la città.
All’improvviso un distaccamento di cavalieri si arrampicò sulle
scale e guadagnò le alte mura. I difensori siciliani fuggirono
per la paura. La città nuova fu presa, mentre essi si
rifugiarono nella vecchia. Gli Agareni, vedendosi allo stretto
delle proprie forze, e perdendo ogni speranza di salvezza, supplicarono
il duca di avere pietà della loro triste sorte e di non
esercitare contro di essi alcuna rappresaglia; gli consegnarono
ogni cosa, chiedendo salva solo la vita. Arrendendosi, ottennero
con le suppliche la protezione e la clemenza del duca, che promise
loro la vita e la sua benevolenza. Egli non proscrisse alcuno
e, fedele alla sua promessa, non nocque ad alcuno, benché fossero
tutti pagani. Trattò tutti i sottomessi con equità.
E rendendo gloria a Dio distrusse dalle fondamenta l’empio
tempio. Al posto della moschea edificò una chiesa alla
Vergine Maria. E il tempio di Maometto e del demonio, trasformato
in santuario di Dio, divenne una porta del cielo per i giusti.
Fece poi munire i castelli di robuste mura perché il suo
esercito potesse essere sicuro dai siciliani; e li rifornì delle
bevande e dei viveri necessari. Il
condominio tra il Gran Conte Ruggero e Roberto il Guiscardo
Dopo
la conquista di Palermo Ruggiero e suo fratello Roberto definirono
il problema del
condominio delle terre siciliane
conquistate o ancora da conquistare. Purtroppo siamo troppo
male informati per stabilire se i due fratelli abbiano concordato
per la Sicilia una forma di condominio identica a quella utilizzata
per la Calabria, o se, al contrario, il Guiscardo si sia accontentato
del solo possesso di metà di Palermo e Messina, e della
Val Demone. Certo è che il Conte Ruggiero si legò nuovamente
al duca di Puglia con un rapporto di dipendenza vassallatica,
che trovava il suo fondamento giuridico nell’aver il
duca ottenuto dal pontefice l’investitura dell’isola
nel concordato di Melfi del 1059.
IL’organizzazione
amministrativa della contea di Sicilia
Con
la partenza del Guiscardo, Ruggiero restò praticamente
il padrone assoluto dell’isola, e, pur continuando ancora
nel 1087 a riconoscere nel duca di Puglia il “nobilissimus
dux... a quo omnis honor et gloria mea processit”, avviò da
solo la costruzione delle strutture della nuova signoria.
Il conte fu innanzitutto attento ad evitare - secondo la esplicita
testimonianza del Malaterra - la formazione di autonomi potentati
da parte dei cavalieri del suo seguito. Per questo motivo non
provvide a dividere i territori conquistati, fino a che nel
1091 non assoggettò completamente l’isola. Quando,
poi, iniziò la distribuzione delle terre, procedette
dapprima ad attribuire vasti ed importanti feudi ai membri
della sua famiglia, proprio allo scopo di tenere delle persone,
le più fidate possibili, nei posti più importanti
dell’isola da un punto di vista strategico. Il figlio
Giordano ebbe Siracusa; l’altro figlio Goffredo ebbe
Ragusa; il figlio Malgerio le terre di Troina; il nipote Tancredi
ottenne, alla morte del padre Giordano, la città di
Siracusa con altre terre; il cognato Enrico Del Vasto ebbe
i feudi di Adernò e Butera. In un secondo tempo distribuì le
terre ai suoi fideles più intimi e ad ecclesiatici,
secondo il modulo dell’investitura feudale, che ci è chiaramente
attestata, ad esempio, da questo passo di Goffredo Malaterra: “Comes
laboris indeficiens, crebis incursionibus, ut sibi omnia substernat,
infestare congreditur; brevique termino usque ad duodecim famosissima
castra suo dominio, obsidendo, subire coëgit: quae militibus
suis distribuens, cum omnibus appendiciis suis de se habenda
delegavit”.
Ruggiero riserva al suo demanio ampi possessi. Nella parte
orientale della Sicilia e nella Calabria, infatti, i diritti
e i beni comitali nonché i feudi tenuti in demanio dal
conte, erano notevoli, anche se il territorio da essi occupato
non era prevalente, “sicuramente discontinuo, anche perché frantumato,
sbocconcellato, dalla presenza di una fitta rete di feudatari
grandi, meno grandi e piccoli”. Nella parte occidentale
dell’isola, invece, i possessi demaniali che comprendevano
importanti castelli come Termini, Trapani, Agrigento, Castrogiovanni,
e Palermo, erano frammezzati piuttosto che da terre feudali,
da ampi possessi patrimoniali tenacemente difesi dai proprietari
saraceni.
Attraverso questa accorta politica di distribuzione delle terre,
Ruggiero riuscì ad imporre in tutta la contea il suo
potere, come quello supremo dal quale derivavano tutti gli
altri, non solo quelli dei vicecomiti e degli strateghi che
erano le magistrature che sorvegliavano nelle città e
nei distretti l’esecutività delle disposizioni
del conte, ma anche quelli dei così detti imperantes,
di coloro cioè che detenevano un qualche potere: “mandamus
omnibus qui sub manu et potestate nostra sunt, strategis...
vicecomitis, imperantibus et subditis ut nullam audeant innovationem...
inferre”.
In conclusione, la situazione della contea di Sicilia sotto
il suo primo titolare fu “caratterizzata da un lato da
una penetrante jurisdictio del conte su tutta l’isola,
dall’altro da una subordinazione formale di tale jurisdictio
a quella del duca di Puglia”, secondo il modulo della
dipendenza feudale.
La Legazia Apostolica
Il
gran conte Ruggiero ricercò nel Papato il fondamento
del suo potere, ed intessè con Roma un rapporto privilegiato
ed atipico, che si concretizzò nella concessione da parte
del papa al conte della cosiddetta Legazia Apostolica nel 1098.
Non si vuole qui affrontare il complesso problema della natura
e del contenuto di questo privilegio concesso da papa Urbano Il,
che consentì al conte di Sicilia di esercitare in piena
autonomia il potere ecclesiastico nella sua contea. La Legazia
Apostolica, infatti, è stata oggetto di appassionate ed
erudite dispute storiografiche dal XVI secolo fino ai nostri giorni.
Quello che importa sottolineare è che il Gran Conte Ruggiero
ottenendo il diritto di portare l’anello, il bastone pastorale
e la dalmatica, simboli propri della maestà imperiale, perfezionò,
anche sul piano dell’ideologia, il concetto di sovranità,
perché la finalità religiosa riconosciuta alla sua
autorità riempiva di contenuto giuridico un titolo che Ruggiero
I aveva assunto sul suolo isolano: quello di “protettore
dei cristiani”, che “riecheggiava qualificazioni imperiali
bizantine”27.
Ruggiero II Conte di Sicilia
I primi anni
Nel
giugno del 1112 Ruggiero, jam miles jam comes, con la madre Adelaide,
concede alcuni privilegi
all’arcivescovo di Palermo29. È questo
il primo atto che ci è pervenuto, relativo al giovane Altavilla,
dopo che, uscito di minorità e fatto cavaliere all’inizio
dello stesso anno30, assunse la guida della contea di Sicilia.
Scuro di capelli e di occhi, cresciuto in un ambiente cosmopolita,
ed educato da precettori greci e musulmani, non ricordava affatto
i suoi biondi antenati venuti dal Nord, ignoranti e predoni. Ed
infatti, le scarse fonti (latine, greche ed arabe) a disposizione,
concordano tutte nel tracciare un profilo del personaggio proiettato,
durante i suoi primi quindici anni di governo, nel Mediterraneo
e verso l’Oriente.
Il matrimonio di Adelaide del Vasto e Baldovino, re di Gerusalemme
Nello
stesso anno della sua nomina a conte di Sicilia egli cercò di
persuadere sua madre Adelaide a dare una risposta positiva alla
richiesta di re Baldovino di Gerusalemme di sposarla. Nell’atteggiamento
del giovane conte si deve cogliere il desiderio di ereditare il
regno crociato, visto che Baldovino non aveva figli, e che Adelaide
era oramai “mulierem vero vetustate rugosam”; ma anche
la volontà di imporsi all’attenzione delle forze politiche
operanti nel Mediterraneo orientale, mostrando, attraverso tangibili
segni esteriori, il suo potere. Egli conseguì quest’ultimo
fine, facendo accompagnare sua madre a San Giovanni d’Acri
da “due triremi, su ognuna delle quali erano imbarcati cinquecento
guerrieri, e sette navi cariche di oro, di argento, di porpora
e di grandi quantità di pietre preziose e vesti magnifiche,
per non parlare di armi, corazze, spade, elmi; scudi fiammeggianti
d’oro e tutti gli altri equipaggiamenti guerreschi simili
a quelli impiegati dai principi più potenti per i servizi
e la difesa delle loro navi. Il vascello sul quale la gran dama
aveva eletto di viaggiare era ornato di un albero maestro ricoperto
con lamina d’oro purissimo, che sfolgorava da lontano alla
luce del sole”.
La politica del conte Ruggero II
L’attenzione del conte era tutta volta al mare che circondava
la sua isola. E’ sicuramente provato dalla sua concessione
ai Genovesi del 1116, e dalle sue spedizioni in Africa del 1117-1118,
e 1123.
Nel 1116 Ruggiero concede ad Ogeno Capra consul dei Genovesi ed
a suo fratello Amico un terreno in Messina, posto sulla riva del
mare, presso il castello reale, per la costruzione di un ospizio,
nonché la rendita annua di una libbra d’oro con inizio
dal I settembre dello stesso anno, e la libertà di commerciare
fino all’importo di 60 once di tarì. A parte il problema
della presenza o meno dei Genovesi e dei Savonesi in Sicilia precedentemente
a questa concessione - presenza che non a torto è stata
messa in relazione con la dominazione Aleramica in Savona - non
vi è dubbio che l’atto del conte aprì le porte
dell’isola ai Genovesi. Infatti, “è nota la
tattica d’una società mercantile, come quella genovese,
di partire da posizioni di questo tipo per affermare successivamente
e progressivamente l’intervento del Comune: tanto più,
poi, nel caso specifico, quando l’operazione è volta
a favore d’un membro del collegio dei consoli della Repubblica”.
Vero è che Ruggiero non poteva certo prevedere le conseguenze
del suo gesto, anche perché in quel periodo il commercio
sicilano era in espansione. In particolare il commercio con gli
Zairiti dell’Africa settentrionale era saldamente nelle mani
dei mercanti siciliani, i quali traevano lauti guadagni dall’esportazione
del grano, ed avevano, per questo motivo, istituito a Mahdia una
stabile missione commerciale.
Le spedizioni africane del conte Ruggero
Per
difendere i mercanti siciliani in Africa il conte di Sicilia
nel 1117-1118 prima, e nel 1123
poi, allestì due spedizioni
contro Mahdia. La prima si risolse con una fuga precipitosa da
Gabes delle ventiquattro navi di cui era formata la flotta siciliana.
La seconda, al comando dell’ammiraglio Christodulus, e del
suo luogotenente Giorgio d’Antiochia, finì anch’essa
in una sconfitta dei Siciliani, ai quali non restò - come
riferisce un cronista arabo - che “strapparsi i peli della
barba fino a fare scorrere il sangue giurando vendetta”.
La politica ecclesiastica del conte Ruggero
Le
fonti relative ai primi anni di governo del secondo conte di
Sicilia ci permettono di illustrare,
oltre che il suo interesse
verso il Mediterraneo e verso le attività commerciali dell’isola,
anche il suo atteggiamento nei confronti dei problemi ecclesiastici.
Nel 1114 Ruggiero depose l’arcivescovo di Cosenza, riaffermando,
come già suo padre, il diritto alla giurisdizione sugli
ecclesiastici e alla convocazione dei sinodi. Dopo una probabile
controversia con Roma, acuitasi in occasione del consenso pontificio
alla rottura del matrimonio tra Adelaide e Baldovino di Gerusalemme,
il I ottobre 1117 Pasquale II indirizzò all’Altavilla
una bolla. In essa il Papa, dopo aver ribadito l’antica dipendenza
da Roma delle Chiese locali, riconosceva che il conte di Sicilia
aveva ottenuto, per merito della conquista, uno speciale privilegio
(la Legazia Apostolica), e lo invitava a mantenersi nei limiti
di quella concessione, della quale forniva, peraltro, una interpretazione
restrittiva.
La morte del pontefice avvenuta il 21 gennaio 1118, e le difficoltà incontrate
dal suo successore Gelasio II per essere consacrato, smorzarono
la polemica, che non sembra sia stata ripresa negli anni successivi,
neppure quando il nuovo pontefice Callisto II, dopo aver ottenuto
il giuramento di fedeltà dai signori normanni, percorrendo
la Campania, la Calabria e la Puglia, intervenne nei rapporti tra
il duca di Puglia ed il conte di Sicilia, che appariva sempre più interessato
ad estendere i suoi possessi nel Mezzogiorno continentale. |