ARTE E ARCHITETTURA

a cura di Giovanni Coppola

 

Sembra ormai assodato che tra i vari referenti culturali che intervengono nella definizione del panorama artistico del Mezzogiorno italiano tra i secolo XI e XII si debba riconoscere anche una discreta componente franco–normanna, elaboratrice di un gusto artistico calibrato in parte sulle situazioni regionali, in parte su persistenti orientamenti classicistici a diffusione mediterranea ed europea e in parte su modi espressivi in grado di evocare ai conquistatori il loro paese d’origine.
Nello studio specifico della scultura diventa necessario mettere a fuoco i legami particolari che intercorrono tra le più significative testimonianze del Nord Europa, tanto della Normandia quanto dell’Inghilterra, e quelle delle regioni italiane del Mezzogiorno e del bacino del Mediterraneo in genere.
La situazione sembra analoga a quella che si determina nel campo dell’architettura. Infatti, nonostante le innegabili differenze tra edifici italo–meridionali e nord–europei, sono stati individuati nelle costruzioni italiane suggestioni trasmesse dalla committenza normanna, quali il coro con deambulatorio e cappelle radiali di Aversa e Venosa, la doppia torre di facciata delle cattedrali di Cefalù e Monreale e gli schemi decorativi del portale di Anglona. Certamente più complessa diviene nell’Italia meridionale l’indagine in ambito scultoreo, dove, per la varietà delle forme (molte delle quali legate alla cultura bizantina o di ispirazione classicistica), la presenza normanna sembrerebbe aver esercitato un’influenza piuttosto debole. In realtà, non mancano le testimonianze di un linguaggio formale che, sia pure giustapposto agli stilemi più diversi maturatisi nelle tradizioni regionali, rimandi specificamente all’area nord–europea, soprattutto in virtù della committenza, come ad esempio la lastra con cavaliere e drago di Aversa, i capitelli del deambulatorio dell’abbazia di Venosa e alcuni capitelli di Cefalù.
E’ probabile che la giusta chiave di lettura stia nel considerare questa complessità di referenti del patrimonio plastico del Meridione come un progressivo connubio fra Oriente e Occidente, riconoscendo il ruolo assolutamente non secondario nell’osmosi delle diverse culture delle strade del commercio verso l’Oriente e quelle del pellegrinaggio verso Roma e la Terrasanta. I non pochi problemi dell’arte meridionale sembrano dunque risolversi ricorrendo alla tradizionale tesi della circolazione delle culture, all’afflusso di operatori e modelli che si traducono in quell’intreccio di voci diversificate che forma appunto il linguaggio romanico dell’Italia meridionale. Questa fitta rete di scambi è evidente nella celebre querelle sui complessi rapporti tra Campania e Sicilia e nella lingua comune (piuttosto aulica, espressiva, attenta alla concretezza delle forme e alle qualità mimetiche) che unisce la plastica dei pulpiti salernitani, ai telamoni della tomba di Ruggero II a Palermo, al candelabro per il cero della Cappella Palatina, ad alcuni capitelli di Monreale e si ritrova nell’ambiente crociato della Terrasanta, nell’area tosco–emiliana, in Provenza e in Catalogna. Si tratta di un gusto classicistico e cosmopolita che, rivitalizzandosi sia in Campania con la rinascenza desideriana, sia in Francia a seguito della comparsa del romanico, si propaga un po’ ovunque in Europa interessando non solo le altre regioni del Mezzogiorno normanno e la Sicilia, ma anche la Terrasanta.