Goffredo Malaterra, monaco a S. Agata di Catania, seconda parte del secolo XI

• Opera: De rebus gestis Rogerii Calabriae et Siciliae comitis

• ed.: Rerum Italicarum Scriptores 2, V 1, ed. E. PONTIERI 1928

I soli elementi biografici posseduti su Goffredo Malaterra emergono dall’epistola con cui egli dedica l’opera ad Angerio, vescovo di Catania. L’agnomen, Malaterra non fornisce elementi apprezzabili. Più indicativa l’espressione che lo vuole provenire «ex partibus transmontanis», che sicuramente fa riferimento alla Francia, anche se non chiarisce da quale regione. Goffredo, giunto in Sicilia dopo il 1091, fu monaco a Sant’Agata di Catania, primo monastero latino dell’isola, di cui era abate Angerio, dedicatario dell’epistola prefatoria, alla fine del 1091 elevato dal Granconte Ruggero I all’episcopato della città etnea.
La sua opera copre la storia italonormanna fino al 1098, concludendosi con la trascrizione della bolla con cui papa Urbano II nomina Ruggero e i suoi eredi legati della Chiesa di Roma in Sicilia (5 luglio 1098). La struttura formale del testo prevede l’inserzione di passi versificati, al fine di conferire “epicità” e grandeur alla narrazione.
Il testo è un’esaltazione della gens normanna e delle sue virtù. Notevole rilevanza è conferita alla Fortuna, in quanto elemento propulsore della storia umana. Col II libro, con cui comincia la narrazione della conquista della Sicilia da parte dei Normanni di Ruggero d’Altavilla (1061). L’azione dei Normanni e di Ruggero appare caratterizzata dal crisma non tanto della religiosità, quanto della ecclesiasticità. Il provvidenzialismo malaterriano si realizza nella concessione ai Normanni, da parte della Fortuna, della strenuitas, che è la vera chiave di lettura della cronaca. Comunque, si tratta di un’opera in cui si crea letteralmente il “mito” dei Normanni meridionali.
 

 

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Ultimo aggiornamento:
 16-02-04